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Philippe Starck: come si inventa uno star-designer
Philippe Starck, architetto e designer
Prima di lui il progettista stava dietro l’oggetto. Dal 1984 in poi il progettista è l’oggetto. Storia di una carriera costruita sull’immagine, e degli oggetti che la contraddicono
Nell’arco di trent’anni Philippe Starck ha disegnato lo spremiagrumi più inutile del Novecento e la sedia in plastica più venduta al mondo. Ha dichiarato di non essere un designer e ha inventato la figura del designer-celebrità. Ha annunciato il proprio ritiro e non si è mai ritirato.
Nato a Parigi nel 1949 da un ingegnere aeronautico – dettaglio che la critica chiama sempre in causa per spiegare le sezioni aerodinamiche e le strutture superleggere dei suoi progetti – Starck passa svogliatamente per l’École Nissim de Camondo e ne esce autodidatta. Non studia mai architettura: il titolo di architetto gli sarà conferito dall’Ordre des Architectes in riconoscimento delle qualità sperimentali delle sue prime opere.
La nascita del primo star-designer
Il biennio 1982-1984 è lo spartiacque per la giovane carriera di Philippe Starck. Nel 1982 riceve l’incarico di ridisegnare alcune stanze degli appartamenti privati del Presidente François Mitterrand all’Eliseo. Due anni dopo progetta gli interni del Café Costes, di fronte al Beaubourg, dove coniuga le istanze del postmodernismo e la lezione del design italiano con la tradizione decorativa francese. È in questo momento che nasce il primo vero star-designer della storia della disciplina.
Philippe Starck, tavolo President M, 1984. Prodotto da Baleri Italia
L’architetto e teorico Andrea Branzi descrive con lucidità la costruzione del personaggio. Considerato un enfant terrible, Starck si presenta con l’ironia apparentemente ingenua di un “ragazzo di campagna” francese, dietro cui si cela una professionalità controllatissima: un “attento stratega della politica promozionale della propria griffe.” Gli storici del design Domitilla Dardi e Vanni Pasca, autori del Manuale di storia del design, analizzano a fondo questo slittamento verso il divismo, notando come Starck presti il proprio volto e il proprio corpo alle campagne pubblicitarie dei prodotti, facendosi ritrarre come un giocoliere che regge una poltroncina in equilibrio su un dito. I due studiosi concludono: “Starck sembra operare un esperimento di Body Art in cui il suo corpo si fa medium esso stesso, rappresentazione del cambiamento della figura del designer e insieme dello Statuto del design.”
L’Italia come laboratorio
Se le commissioni francesi gli danno notorietà, è in Italia che il suo linguaggio trova una soluzione industriale. A fare da tramite è l’imprenditore Enrico Baleri, il primo a portarlo verso l’industria, che in lui riconosce “uno straordinario scenografo, capace di rappresentare il Paradiso e l’inferno.” Con Claudio Luti nasce poi il sodalizio con Kartell, che affida a Starck l’esplorazione delle materie plastiche: dalla Dr. Glob (1990) agli sgabelli a forma di nano da giardino Attila e Napoleon (1999), fino alla serie trasparente Ghost.
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Sedia Louis Ghost, Kartell, design Philippe Starck - Courtesy Kartell
Louis Ghost, la promessa mantenuta
Con la Louis Ghost (2002) Starck mantiene invece la promessa che ha dichiarato per tutta la carriera: “Per vent’anni ho creato oggetti che potessero essere acquistati da più persone possibile, contro l’elitarismo del design.” Prende un simbolo di esclusività – la poltroncina in stile Luigi XVI – e lo smaterializza in un fantasma di policarbonato. La sfida è ingegneristica prima che formale: la seduta è realizzata in un unico stampo a iniezione, nonostante la complessità dello schienale e dei braccioli. È questo a permettere l’abbattimento dei costi e le grandi quantità. La Louis Ghost diventa una delle sedie più vendute al mondo, e la democratizzazione smette di essere uno slogan.
Axor Starck, e il limite dell’acqua
In una produzione che conta migliaia di oggetti, il miscelatore che Starck disegna nel 1994 per Axor (marchio di alta gamma di Hansgrohe) merita attenzione per una ragione precisa. Nessuna forma memorabile, nessuna provocazione, nessuna firma riconoscibile. Starck racconta che il progetto nasce dall'idea della fattoria: la sorgente, il tubo, il secchio, la pompa. La prima cosa che nella storia ha portato l'acqua è stata la pompa, e tutto consisteva nel rendere il miscelatore semplice come quella. La difficoltà maggiore fu resistere alle tendenze di un mercato convinto di poter cambiare un rubinetto ogni due anni, “come una minigonna”. Quando presentò il progetto qualcuno gli disse: “Sì, è bello, ma sai, non è molto Starck.” Trent’anni dopo la collezione è ancora in catalogo, mentre una buona parte degli oggetti progettati dallo studio è invecchiata come invecchiano gli oggetti che pretendono di diventare iconici: in fretta.
Miscelatore Axor Starck, Axor, design Philippe Starck
Il designer che non voleva essere un designer
La carriera di Starck è costellata di abiure. Nel 1997, intervistato da Juli Capella su Domus, annuncia un ritiro che non avverrà mai – “tra due anni, quando ne avrò 50, smetterò di progettare” – e pronuncia la frase più lapidaria: “Il design non ha alcun interesse. Fare una sedia, una lampada, un televisore, non mi interessa più. Io non sono un designer, sono un politico.” La stessa insofferenza produce il concetto di non-design, che Starck esemplifica con la lampada Miss Sissi, disegnata per Flos nel 1991: il progettista scompare dietro una sorta di memoria collettiva, al punto che non si può dire che l’abbia disegnata lui, l’hanno disegnata tutti. È l’inventore del divismo progettuale a dichiarare di voler sparire.
Lampada Miss Sissi, Floss, design Philippe Starck
Queste oscillazioni tra egocentrismo e desiderio di annullamento, tra oggetti per miliardari e crociate per il design accessibile, rendono Starck impossibile da ridurre a una definizione. La summa la fornisce ancora Enrico Morteo: “Rassicurante, allegro, divertente: il mondo di Philippe Starck ci accoglie sempre con il sorriso di un amico. A ben vedere però, è un mondo dal quale, una volta entrati, sembra molto difficile uscire. Più che un mondo un universo, dove trovare di tutto, ma anche il contrario di tutto: ecologia e traffico, etica e trasgressione, risparmio e consumo, lusso e democrazia.”



