Il Salone che verrà: una conversazione con la Presidente Maria Porro

Testo di
Maria Porro, presidente Salone del Mobile

Maria Porro, Presidente Salone del Mobile.Milano - Ph. Guido Stazzoni

Breve storia di un’edizione, la 64esima, che accelera sul dialogo tra memoria e contemporaneità per affrontare le sfide del futuro 

La crisi nel Golfo, il progetto Common Archive presentato in Triennale Milano, la prima volta di Salone Raritas e il cantiere aperto sul mondo del Contract: quella condivisa dalla Presidente del Salone del Mobile Maria Porro nellintervista lampo raccolta a ridosso della conferenza stampa di presentazione del programma del Salone del Mobile.Milano 2026 è un’istantanea a lunga esposizione. Anticipa i punti chiave della 64esima edizione (dal 21 al 26 aprile) e allarga lo sguardo sul ruolo che l’ecosistema Milano gioca in casa e sul palcoscenico internazionale: un’infrastruttura culturale, economica e sociale che sa leggere e interpretare le trasformazioni contemporanee. Si va a incominciare. 

I mercati del Golfo rappresentano indubbiamente un’area strategica per le aziende italiane, che negli ultimi mesi hanno investito risorse significative e consolidato risultati importanti”, racconta la Presidente. In questa fase gli effetti del conflitto, anche a fronte della tregua, sono contenibili, ma la prospettiva di un suo prolungamento apre scenari critici: il punto”, sempre in ottica di visione strategica, “non è quantificare la presenza di visitatori in fiera che, voli permettendo, potrebbe persino mantenersi, data limportanza del Salone come momento di confronto internazionale quanto piuttosto le ricadute su logistica, costi e stabilità delle relazioni commerciali”. La vera domanda è: siamo un sistema sano in grado di reggere l’urto? 

“Si”, dichiara Porro, impegnata sin dall’inizio del suo mandato nella costruzione di una politica di consolidamento di immagine e identità del Salone: “A ben guardare i collassi delle fiere di Stoccolma e Colonia e la fragilità di New York, Milano tiene e rilancia: è riconosciuta come una piattaforma stabile e affidabile, che dura nel tempo. Il nostro obiettivo è agire sempre più come zona franca, spazio di dialogo interculturale, capace di sostenere le aziende nei processi di internazionalizzazione. Come arrivarci vuol dire lavorare a una versione del format espositivo in stato di aggiornamento costante: “tenere insieme le anime, economica e culturale, aggiungere funzioni, più che offerte”. Formare più che intrattenere per fornire allintero sistema, dentro e fuori la fiera: Drafting Futures e Design Kiosk sono due degli strumenti scelti per affrontare le complessità, “momenti di incontro che hanno lo sguardo lungo, aperto verso il mondo, dalla forte spinta rigenerativa”.  

Sfidare la tradizione per promuovere iniziative che mirano a ridefinire il rapporto tra memoria e contemporaneità è la strada intrapresa da questa presidenza e sostenta da una classe manageriale di seconda generazione, molto vicina alle attitudini dei Millennials. Common Archive è l’ultima sfida”, riprende la parola Porro, tradendo con la voce un filo di emozione: “a cura di Susanna Legrenzi, e in collaborazione con Comune, Regione e una rete compatta di musei e fondazioni milanesi, il 24 aprile verranno aperti al pubblico oltre centocinquanta archivi di design e grafica”. Dalle 18 alle 23 sarà il tempo per Milano della prima Notte Bianca del design: non un gesto autocelebrativo, ma un atto di condivisione per rendere accessibile a chiunque un patrimonio normalmente nascosto. 

Da stanze chiuse a organismi vivi: gli archivi sono una risorsa per chi ha a cuore il bene comune. Custodiscono non solo oggetti e documenti, ma anche storie di vita e quotidianità delle quali il buon design è testimone”, torna a puntualizzare Porro. In un momento in cui la retorica che accompagna il Made in Italy rischia di scivolare nella narrazione nostalgica, una lettura più radicata nella visione sempre contemporanea di figure come Gio Ponti, Vico Magistretti, Gae Aulenti e Franco Albini è un’intuizione che semina cultura. Lecture e visite guidate sono momenti attraverso i quali il pubblico può tornare alle origini del design italiano e nutrire di consapevolezza e senso di responsabilità la propria conoscenza”. L’archivio diventa così uno strumento per interrogare il presente: cosa significa oggi essere eredi di quella storia? Siamo ancora capaci di farci carico di unidea di design attenta ai bisogni diffusi e alla dimensione dellabitare collettivo?

In questo senso, Common Archive ci mette a nudo davanti allo specchio della storia: è un dispositivo critico che tralascia ogni speculazione linguistica e intellettuale per invitarci non tanto a rifondare la disciplina del progetto, quanto a fare. Fare evolvere il Salone verso unarchitettura sempre più fluida. “Se fare design significasse solo avere uno showroom nelle dieci città più importanti del mondo, allora limmaginazione sarebbe un talento sopravvalutato. Mai come oggi è necessario stimolare la creatività: riempire di senso un padiglione vuoto è, di per sé, fare design”, ma c’è di più. Il Salone non è più un evento localizzato, piuttosto “una infrastruttura di valore, economico e culturale, che agisce tutto lanno, non solo in Italia”, il Road to Salone 2026, appena concluso ad Hong Kong, è un esempio concreto: un tour disegnato dal board attraverso le principali città europee e internazionali. “Il Salone è un ecosistema ad alta adattabilità: si radica anche allestero, costruisce reti e nutre relazioni che si rigenerano a ogni edizione”. 

Come i contenuti, che atterrano in Fiera per fare sul piano culturale: è in questo quadro che si inserisce Raritas, il progetto-ponte tra passato e presente, tra industria e artigianato, tra unicità e serialità. A cura di Annalisa Rosso, liniziativa intende ri-dare spazio e visibilità a un universo fatto di saperi antichi, decorazioni sofisticate e linguaggi di ricerca non esplicitamente riconducibili ai codici del design contemporaneo, ma che continua a rappresentare una componente fondamentale del mobile italiano. Raritas rilegge ‘il classico’ in dialogo con la produzione di gallerie ed editori, per restituire vigore a un comparto fortemente penalizzato dall’implosione del mercato russo”, spiega Maria Porro. Non unoperazione dissonante rispetto al Salone, piuttosto un aggiornamento di format espositivo. “Gli interni domestici più significativi sono da sempre mondi in cui convivono arredi seriali e pezzi unici, secondo una logica di contaminazione e libertà compositiva: accostare elementi eterogenei e creare ambienti stratificati e sempre più sartoriali è segno di un dialogo virtuoso, peraltro già sperimentato nel mondo dellarte contemporanea”, in questo senso, il nuovo concept si configura come tool di hackeraggio del total look. 

Altro passaggio evolutivo è il progetto Salone Contract: fare il primo masterplan curatoriale dedicato al tema. Qui il focus si sposta definitivamente dal prodotto al progetto, inteso come sistema complesso di relazioni. Il settore del contract è difficile da definire proprio perché coinvolge una pluralità di attori e competenze, spiega Maria Porro. Aziende produttrici, studi di architettura, investitori, general contractor, consulenti: unaltra complessità che lo studio OMA ci sta aiutando a sciogliere. Il padiglione immaginato non è semplicemente uno spazio espositivo, ma un dispositivo narrativo che mette al centro le relazioni tra i diversi player, evidenziando le interconnessioni tra dimensione progettuale, economica e operativa. Al forum il compito di mettere in dialogo la polifonia di voci, offrendo una piattaforma di confronto sulle dinamiche del settore. Il contract viene così restituito nella sua natura sistemica, come campo in cui il design si intreccia con investimento, scalabilità e gestione di progetti complessi”. 

In questo scenario non manca una riflessione sul ruolo del social design, tra le sfide più rilevanti per il futuro. La volontà di affrontare temi sensibili come lhousing sociale e laccoglienza c’è”, ma si tratta di ambiti che richiedono un approccio interdisciplinare e una capacità di dialogo con il livello politico e normativo non ancora maturo. Obiettivo comune è mantenere alta lattenzione per attivare quanto prima un dibattito tra i possibili attori da coinvolgere”: in un contesto di crescente fragilità sociale, il diritto alla casa e le forme dellaccoglienza sono questioni dirimenti anche per il comparto del mobile. Il design, e in particolare il Made in Italy, può giocare un ruolo importante. “È proprio attingendo alla sua natura di infrastruttura culturale ed economica, chiude Maria Porro, che il Salone può stimolare nuove visioni mettendo in relazione competenze diverse. E trasformarsi definitivamente in un laboratorio di ricerca che disegna bellezza, promuove diritti e genera valore per lintera società. 

9 aprile 2026
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