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Architettura parassita: occupare gli interstizi della metropoli
Casa Parásito di El Sindicato Arquitectura a Quito (2019): una micro-abitazione di 12 m² sul tetto di un edificio esistente, agganciata alle sue reti idriche ed elettriche - Ph. Andrés Villota
Cosa si intende per architettura parassita, da dove nasce il termine e come una pratica nata come utopia radicale è diventata una strategia concreta per la città contemporanea
Superfetazioni, bolle, capsule, innesti, escrescenze: sotto il nome di architettura parassita rientra tutto ciò che si appende, si annida, si sospende. Non un movimento né uno stile, ma una categoria ampia e trasversale, che raccoglie le strutture che non cercano un lotto libero, bensì uno spazio già occupato a cui aggrapparsi: un edificio o un'infrastruttura preesistente che fa da “ospite”.
Il termine deriva dalla biologia: come in natura il parassita è l'organismo che vive a spese di un altro, così in architettura dipende dall'ospite per la propria esistenza, prendendone in prestito superfici, impianti e risorse.
Le caratteristiche dell’architettura parassita
Due tratti formali la rendono riconoscibile. Il primo è la netta distinzione dall’ospite, il parassita si stacca dall’edificio che lo accoglie per forma, colore e materiale: il parassita deve farsi notare. Il secondo è il posizionamento in spazi inusuali, lo sfruttamento degli interstizi: questi organismi si insediano in ambiti ristretti e indefiniti – sui tetti, nei passaggi angusti fra due palazzi, direttamente sulle facciate – spesso percependosi come un’intrusione nello spazio pubblico.
Da questi caratteri discendono gli scopi. L’architettura parassita è anzitutto uno strumento di densificazione e riciclaggio urbano: invece di consumare nuovo suolo, ottimizza e riusa “quello che c’è”. È poi una risposta a problemi sociali ed economici concreti, dall’inaccessibilità degli affitti alla mancanza di ripari. Ed è, infine, un’azione critica: denuncia in modo tangibile la privatizzazione dei suoli, la scarsità di servizi e le trasformazioni speculative della città.
paraSITE, i rifugi gonfiabili per senzatetto di Michael Rakowitz, agganciati agli sfiati termici degli edifici - Credits Michael Rakowitz
Le origini: le utopie radicali degli anni Sessanta
Nel dibattito architettonico l’idea di architettura parassita prende forma nel Secondo Dopoguerra, quando – come critica al funzionalismo dell’architettura – diversi architetti utopisti iniziano a teorizzare unità mobili, edifici nomadi e capsule.
Già nei primi anni Sessanta Pascal Häusermann immagina cellule abitative modulari ancorate alle superfici degli edifici, in deciso contrasto formale con il costruito. Jean-Louis Chanéac, nel 1968, è probabilmente il primo a utilizzare il termine: nel suo Manifesto dell’architettura insurrezionale l’architetto francese propone le Cellules Parasites, volumi in plastica producibili in serie da agganciare alle facciate dei grandi complessi residenziali. Chanéac le definisce un “atto di anarco-architettura”, un’architettura “pirata” che restituisce agli abitanti la libertà di adattare la propria casa. L’eco è immediata: nel 1970 Marcel Lachat aggancerà una “bolla-pirata” alla facciata di un palazzo popolare a Ginevra.
Le “Cellules Parasites” di Jean-Louis Chanéac, 1968: volumi in plastica agganciati alle facciate degli edifici - Credits Jean-Louis Chanéac
Il manifesto visivo di questa stagione è però un’opera del collettivo viennese Haus-Rucker-Co: Oase No. 7, realizzata nel 1972 in occasione di Documenta 5 a Kassel. Una grande sfera trasparente in PVC di otto metri di diametro, gonfiata ad aria e sostenuta da un anello d’acciaio, sporgeva dalla facciata neoclassica del Museo Fridericianum; vi si accedeva da una rampa che usciva direttamente da una finestra, proiettando il visitatore in una bolla sospesa nel vuoto, arredata come un’oasi artificiale con palme di plastica e un’amaca. Concepita come “un’uscita di emergenza verso un altro mondo”, l’opera è un esempio da manuale: si aggrappa a un’istituzione preesistente sfruttandone accesso e struttura, ma se ne distingue totalmente per forma e materiale, diventando una critica agli spazi chiusi e confinati della vita borghese.
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Para-Site di Diller + Scofidio, MoMA di New York, 1989: i monitor trasmettono in diretta i flussi del pubblico nel museo - Credits Diller Scofidio + Renfro (DS+R)
Dal termine al concetto: Serres e Diller + Scofidio
Se gli anni Sessanta consegnano la pratica, gli anni Ottanta ne fissano il concetto. Il punto di svolta è il saggio Le parasite (1980) di Michel Serres, che fa del parassita una figura teorica a tutto tondo. È a questo testo che si ispira l’installazione Para-Site, presentata da Diller + Scofidio al MoMA di New York nell’estate del 1989, nell’ambito della serie Projects 17.
Oase No. 7 di Haus-Rucker-Co, Documenta 5, Kassel, 1972: la sfera gonfiabile sporge dalla facciata del Museo Fridericianum - Courtesy Haus-Rucker-Co
L’opera declina le tre accezioni di parassita teorizzate da Serres. Quello biologico: invece di usare pareti e pavimenti, le strutture si aggrappavano fisicamente all’edificio – sospendendosi, incuneandosi, attaccandosi ai vetri con ventose – per trarne nutrimento strutturale ed elettrico. Quello sociale: come un adulatore che lusinga il padrone di casa, l’opera “lusingava” il museo mettendolo letteralmente in mostra. E quello tecnologico, inteso come interferenza: una serie di videocamere riprendeva in diretta i punti nevralgici dell’edificio – le porte girevoli dell’ingresso, le scale mobili, il Giardino delle Sculture – rilanciando le immagini su monitor incuneati nella galleria. Il risultato è un ribaltamento: il museo, da contenitore neutro che dirige lo sguardo, diventa esso stesso l’oggetto osservato. Il parassita si consolida così come entità critica rispetto al proprio ospite.



