Michele De Lucchi: dalla lampada Tolomeo alla Triennale, ritratto di un maestro del design

Testo di
Michele De Lucchi

Michele De Lucchi - Ph. Delfino Sisto Legnani

Dagli anni di Memphis alla Tolomeo di Artemide, dagli spazi delle grandi aziende alle sculture in legno intagliate a mano: la storia di uno dei designer italiani più influenti, oggi direttore creativo della Triennale di Milano

Michele De Lucchi è l’autore di “un design nel quale le nuove tecnologie e quelle tradizionali non sono mai in contraddizione, ma si alternano senza frizioni, mosse da una serena intelligenza”. Così, Andrea Branzi sintetizzava su Domus una figura che ha fatto della capacità di stare in territori opposti la propria cifra. Nato a Ferrara nel 1951 e laureato in architettura a Firenze, De Lucchi si trasferisce a Milano all’inizio degli anni Settanta, portando con sé le suggestioni delle avanguardie radicali. Da quel momento la sua traiettoria si muove costantemente su un doppio binario: la grande serie industriale e l’artigianato sperimentale, la precisione del prodotto replicabile e l’imperfezione del pezzo unico. Due mondi che nella sua pratica, appunto, non si escludono ma convivono.

Michele De Lucchi e Memphis: Sottsass, Olivetti e la sedia First 

Il primo terreno di prova è Memphis. A Milano, nel 1978, De Lucchi incontra Ettore Sottsass — di cui si dichiarerà sempre allievo — ed entra nel gruppo fin dagli albori. Alla storica inaugurazione del settembre 1981 è già presente, e due anni dopo firma la sedia First (1983), diventata un emblema del movimento: struttura in metallo, schienale inclinabile e due sfere nere come braccioli, un omaggio alla leggerezza di Alexander Calder. Nella stagione più giocosa del design radicale, De Lucchi coltiva però una ricerca personale fatta di curve, dischi e sfere, in controtendenza rispetto alle linee spigolose di colleghi come Sottsass o Peter Shire. E intanto, in piena epoca Memphis, è già responsabile del design per Olivetti: la provocazione e l’industria, insieme. 

Michele De Lucchi

La sedia First, disegnata da Michele De Lucchi nel 1983, emblema del Gruppo Memphis - Courtesy Memphis Group

La lampada Tolomeo di Artemide: storia dell'icona del design 

Proprio la Olivetti fa da innesco al sodalizio più longevo della sua carriera. Nel 1980 Ernesto Gismondi, fondatore di Artemide, lo contatta dopo aver visto alcuni suoi elettrodomestici per Girmi esposti alla XVI Triennale e gli chiede di disegnare lampade. Il primo esito è la Cyclos (1982), un esperimento che apre la strada al capolavoro. Tra il 1986 e il 1987, con il contributo tecnico di Giancarlo Fassina, nasce la Tolomeo. De Lucchi la disegna quasi per sé, per illuminare meglio il proprio tecnigrafo, con l’ambizione di rinnovare le classiche lampade da lavoro a pantografo. Il meccanismo è la sua invenzione: non più molle d’acciaio, ma un sistema di cavi tesi e snodi ispirato ai trabucchi pugliesi, le antiche macchine da pesca a leve e corde. L’alluminio garantisce leggerezza e abbatte i costi; il nome, scelto la notte prima del Salone, richiama l’astronomo per evocare una “mentalità scientifica”. Nel 1989 la giuria del Compasso d’Oro la premia “per il recupero di una immagine tradizionale unitamente all’alto contenuto tecnologico e prestazionale”: una definizione che spiega anche perché la Tolomeo sia diventata uno degli oggetti più presenti sui set cinematografici, dalla scrivania di M in Skyfall a quella di Gordon Gekko in Wall Street. Oggi Artemide ne produce circa mezzo milione di esemplari l’anno, un successo che lo stesso autore fatica a spiegarsi: “sono tuttora alla ricerca del suo segreto ma ovviamente non ho ancora trovato risposta e temo che non succederà mai”. 

lampada Tolomeo, Michele De Lucchi

La lampada Tolomeo di Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina, prodotta da Artemide, Compasso d’Oro 1989

Il contatore Enel e i progetti per l'industria di De Lucchi 

C’è però un versante meno raccontato di De Lucchi, forse il più rivelatore: la lunga riflessione sugli spazi del lavoro, dei servizi e dell’industria. Dai tempi di Olivetti fino a Poste Italiane, Telecom Italia, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo ed Enel, il progettista ha trattato l’architettura quasi come un oggetto industriale, capace di tenere insieme efficienza e qualità dell’esperienza. Per le Poste, dal 1998, elimina il vetro blindato agli sportelli e mette cliente e operatore sullo stesso piano; per le banche capovolge l’idea di sede come fortezza, aprendola e rendendola trasparente. Il caso più emblematico è forse il più anonimo. Nel 2001, con Sezgin Aksu, De Lucchi disegna per Enel il primo contatore elettronico installato su larga scala al mondo: uno smart meter dall’aspetto domestico e rassicurante, di quelli che abbiamo tutti in casa senza mai guardarli davvero. “Per un designer progettare un contatore è una cosa molto particolare”, ha spiegato, “perché è un oggetto che per anni rappresenta l’azienda e fa da interfaccia con i clienti. Oltre alle funzionalità tecniche è fondamentale la sua forza simbolica”. Ne seguirà una seconda generazione, l’Open Meter, nel 2016. La stessa logica — il progetto come interfaccia tra impresa e società — si ritrova, a scala di paesaggio, nella riqualificazione della centrale Enel di Priolo Gargallo, in Sicilia. 

Contatore Enel, Michele De Lucchi

Il contatore elettronico disegnato da Michele De Lucchi e Sezgin Aksu per Enel, 2001

Le sculture in legno di Michele De Lucchi 

A questa dimensione pubblica e seriale fa da contrappeso un lavoro intimo e manuale. Nel suo laboratorio di Angera, sul Lago Maggiore, De Lucchi intaglia sculture in legno massello: le celebri Casette, ricavate spesso da tronchi di alberi morti, ma anche torri, baracchette, montagne e cataste. Le realizza da sé, con la motosega e pochi strumenti arcaici, in un processo lento e faticoso che considera una “metafora del vero senso del costruire”. Come ha osservato il designer Francesco Faccin, la sua genialità sta nell’amare allo stesso modo “la perfezione dell’industria e l’imperfezione del fatto a mano”. Se la Tolomeo è il simbolo della riproducibilità tecnica, queste opere — tattili, profumate di resina, scaldate dal legno vivo — parlano di silenzio e di natura. Con la lunga barba, qui De Lucchi smette i panni dell’architetto corporate e veste quelli di un profeta-artigiano. 

sculture in legno di Michele De Lucchi

Casetta 111 di Michele De Lucchi, 2007

Michele De Lucchi direttore creativo di Triennale Milano 

Il cerchio si chiude dove tutto era cominciato. Nel 1973, alla XV Triennale contestata e chiusa quasi subito, un giovane De Lucchi si presentava all’ingresso vestito da generale napoleonico, con una feluca in testa e una riga a T impugnata come un’arma, un cartello al collo: “Designer in generale”. “Ascoltatemi! Ascoltatemi!”, arringava i presenti, “Io sono un designer in generale e in generale un designer. Io dono al mondo la bellezza delle cose utili!”. Oltre cinquant’anni dopo, quel provocatore è diventato la guida di quella stessa istituzione. Già direttore di Domus, nel luglio 2026 De Lucchi è stato nominato primo direttore creativo nella storia di Triennale Milano — e responsabile del Museo del Design Italiano — nel nuovo corso voluto dal presidente Vincenzo Trione e dalla vicepresidente Maria Porro per il quadriennio 2026-2030. “Accetto con piacere il titolo di Direttore creativo”, ha dichiarato, “perché è il ruolo che mi è più congeniale: quello di un progettista”. 

4 agosto 2026
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