Architettura del paesaggio: storia, teorie ed esempi

landscape architecture

Zhongshan Shipyard Park

Da Central Park al Landschaftspark Duisburg-Nord, dal Terzo paesaggio di Gilles Clément alle città-spugna: che cos'è l’architettura del paesaggio e come una disciplina nata per rendere abitabile la città industriale oggi la aiuta a resistere ai cambiamenti climatici

Suoli, acque, topografie, vegetazione, tempo: sotto il nome di architettura del paesaggio rientra tutto ciò che si progetta senza costruire un volume. Non uno stile architettonico né un movimento, ma una disciplina autonoma, che ha come materiale di progetto il terreno: la sua pendenza, la sua permeabilità, ciò che vi cresce sopra e ciò che vi scorre sotto. 

Il nome stesso – landscape architecture – porta con sé un’ambiguità produttiva. Accosta una parola che evoca una concezione formale dello spazio, architettura, a una che invece parla di processi, stagioni, crescita. In questa tensione la disciplina lavora ancora oggi: è l’unica forma di progetto il cui materiale è vivo, e continua a trasformarsi dopo il progetto. 

Le origini: una risposta alla città malata 

L’immaginario del giardino inganna. L’architettura del paesaggio nasce dalla città industriale. A metà Ottocento le metropoli europee e statunitensi sono insediamenti congestionati, con condizioni igieniche scarse o inesistenti. Servono strumenti nuovi per renderle accoglienti. Nel 1858 il titolo di Landscape Architect viene attribuito per la prima volta in un incarico pubblico a Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux: l’incarico è il celeberrimo Central Park di New York. Il verde qui è concepito come infrastruttura sanitaria e sociale, prima che in modo ludico o ornamentale. 

landscape architecture

Courtesy NYC Municipal Archives

Olmsted compie un gesto fondativo: sintetizza in un’unica disciplina saperi che fino ad allora stavano separati come orticoltura, botanica, ingegneria idraulica e civile, architettura. Nel 1900 ad Harvard nasce il primo corso accademico di Landscape Architecture, e sarà il figlio, Frederick Law Olmsted Jr., ad associarlo alla pianificazione urbana. Central Park sembra natura ma in realtà è interamente costruito, artificiale. Drenato, scavato, movimentato, riempito di terra riportata. La disciplina nasce fingendosi natura. 

Dal disegno al processo 

Per un secolo il paesaggista disegna forme. Poi qualcosa si incrina. Uno tra i progetti che segna questa svolta è il Landschaftspark Duisburg-Nord di Peter Latz (1991), un’acciaieria dismessa nella Ruhr trasformata in parco. Latz lascia in piedi gli altiforni, i gasometri, i bacini di colata, e ci fa crescere sopra la vegetazione spontanea. Come riconoscerà il teorico James Corner, Latz non ha imposto la propria firma al sito: ha coltivato i processi che vi erano già inscritti, in un’opera profondamente temporale, che fa nascere una realtà nuova su una fondazione vecchia. 

landscape architecture

Ph. Nikolay Dimitrov

È il passaggio decisivo: l’architetto del paesaggio smette di disegnare l’esito e comincia a innescare condizioni. Negli stessi anni la teoria dell’architettura se ne accorge e conia una formula – landscape urbanism – per dire che la città ha smesso di essere un insieme di oggetti ed è diventata un campo di forze orizzontali. 

Gilles Clément e il Terzo paesaggio 

Gilles Clément porta questo ragionamento alle sue conseguenze estreme. Paesaggista di formazione, si autodefinisce “giardiniere” e non progettista. Clément pubblica nel 2004 il Manifesto del Terzo paesaggio, un libricino di poche pagine ma dalla grande densità teorica. Il Terzo paesaggio è l’insieme dei luoghi abbandonati dall’uomo: le grandi aree disabitate del pianeta, e soprattutto spazi minuti e quasi invisibili – le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico, i cigli delle strade. Clément li chiama délaissé, residui. Sono spazi indecisi: nessuna destinazione d’uso, nessuna forma, nessun progetto. Proprio per questo, presi nel loro insieme, sono i principali rifugi della diversità biologica. 

landscape architecture

Ph. Gilles Clément

Il titolo è un argomento politico. “Terzo paesaggio” rinvia al Terzo stato, il pamphlet con cui nel 1789 l’abate Emmanuel-Joseph Sieyès rivendicava un ruolo per la parte più numerosa e meno rappresentata della Francia: Cos’è il Terzo stato? – Tutto. Cosa ha fatto finora? – Niente. Cosa aspira a diventare? – Qualcosa. 

L’opera più radicale a seguire questi principi è l’Île Derborence, dentro il Parc Matisse di Lille: una piattaforma sollevata su un basamento di cemento, inaccessibile ai visitatori, lasciata evolvere per decenni senza alcun intervento. Un progetto la cui essenza è che nessuno ci metta piede. 

landscape architecture

Ph. Velvet / Wikimedia Commons

Sarebbe un errore scambiarlo per un elogio dell’abbandono. Agire sul Terzo paesaggio significa andare con la natura e non contro: osservare, assecondare, intervenire il meno possibile. Lasciare le cose come stanno non elude affatto la decisione. Il paradosso è tutto qui: l’incolto per definizione esclude l’uomo, ed è l’uomo a decidere di lasciarlo fare. 

L’arte della sopravvivenza 

Nel frattempo il clima ha cambiato le domande. La città non è più soltanto un luogo da rendere abitabile: è un organismo che consuma suolo, scalda l'aria, sigilla il terreno. Al paesaggista tocca il compito di mediare quelle conseguenze, e di alleviarne gli effetti. 

L’autore che meglio rappresenta questa posizione è Kongjian Yu, fondatore di Turenscape, scomparso nel settembre 2025. Cresciuto in una famiglia di contadini e formatosi a Harvard, Yu ha costruito la sua teoria contro l’estetica: chiamava Big Feet Revolution il rifiuto del paesaggio ornamentale – la città che si è fasciata i piedi per essere bella e non sa più camminare – e definiva il progetto del paesaggio come arte della sopravvivenza. 

landscape architecture

Courtesy Turenscape

Il primo esperimento è del 2000, lo Zhongshan Shipyard Park: a un vecchio cantiere navale viene tolto il cemento per riscoprire l’argine naturale. Poi lo Yongning River Park, dove un fiume appena cementificato viene reso di nuovo spugnoso, capace di assorbire le piene. Da qui nasce il concetto di città-spugna, il cui destino conta più della sua paternità: ha smesso di essere un progetto autoriale ed è diventata politica pubblica, adottata in oltre duecento città cinesi. 

Alla scala del giardino, la stessa cessione di controllo si vede nel lavoro di Piet Oudolf – alla High Line di New York come alla Biblioteca degli Alberi di Milano – dove le piante vengono scelte per come appassiscono: un prato secco a gennaio vale quanto una fioritura di giugno. 

landscape architecture

Ph. Andrew Frasz

In 170 anni è cambiato il committente. Olmsted lavorava per i cittadini, Clément per le specie che nessuno vede, Yu per una città che deve reggere l’urto. Il problema di fondo resta identico: un materiale che continua a crescere anche dopo la fine del progetto. Progettare non è fissare una forma: è decidere che cosa lasciar accadere. 

Leggi anche: Ripensare l’architettura sostenibile oggi

9 settembre 2026
Altri articoli