“Uno spirito collettivo e appassionato”: il design oggi per Libby Sellers

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Colour and Production. Exhibition for Collective Design and Frieze New York. 2022, photo courtesy 

Storica del design, curatrice, consulente e autrice, Libby Sellers racconta quello che pensa dell’impatto della pandemia sul design, svela l’ispirazione dietro il suo ultimo libro e regala qualche anticipazione sui suoi prossimi progetti

Dal potere dei colori nel comunicare l’emergenza climatica al ruolo delle designer donne nel rendere più inclusivo il settore: la storica del design, curatrice e autrice Libby Sellers condivide con il pubblico del Salone del Mobile il suo punto di vista sul design oggi.

Dopo la sua ultima mostra nel 2020, suo primo contributo alla Frieze New York, Sellers si è tuffata nella scrittura, è intervenuta in occasione di vari eventi, ha esplorato i social media e, con altrettanta passione, ha pelato carote per una buona causa.

Tra emergenza ambientale, guerra in Europa e l’onda lunga della pandemia da coronavirus: in che modo il design di oggi sta scoprendo una nuova resilienza?

Il design e il design thinking rappresentano una disciplina dedicata al problem solving e, per questo, sono perfettamente adatti a studiare le sfide e le conseguenze dei problemi che ora affrontiamo sul piano sociale, ambientale o politico. In ogni caso il design è molto di più di un esercizio di problem solving. Ci può aiutare a riparare, a portare un certo grado di empatia e comprensione nella società e nel mondo che ci circonda. Potremmo dire che “l’unione fa la resilienza”, perché c’è una comunità crescente di designer impegnati e desiderosi di andare oltre la semplice correzione di un problema: vogliono trovare la causa, andare alla radice, e mettere in moto un cambiamento sistemico avanzando le proprie richieste. Credo che i problemi degli scorsi anni abbiano innescato in tutti noi un certo spirito collettivo e appassionato.

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Libby Sellers, ph. Joakim Blockstrom

Com’è cambiata e si è adattata la tua pratica, alla luce degli eventi globali?

I primi mesi della pandemia sono stati una nuova sfida per tutti, e personalmente ho accolto a braccia aperte le numerose talk virtuali, le riunioni online e le tante presentazioni, messe insieme di fretta ma in modo davvero brillante. Ma ho imparato anche che ho bisogno di contatto umano e di interazioni per trovare l’ispirazione e avere nuove idee. Ora da una parte il mondo si riapre, mentre dall’altra ci rendiamo conto di quanto siano fragili certe libertà e opportunità.

In una veste completamente diversa, ho iniziato a fare volontariato presso una mensa sociale di Londra, il Refettorio Relix, progettata da Ilse Crawford secondo il modello definito dallo chef Massimo Bottura. Anche se mi ritrovo solo a pelare carote, tratto quegli ortaggi – e gli ospiti che li mangeranno – con il massimo rispetto. Amo profondamente quelle poche, preziose ore di ogni turno. Ci sono molti progetti food legati al design, e mi piacerebbe poter fare di più o anche iniziarne uno nuovo. Ho provato a fare un primo passo in questa direzione nel 2020, con il lancio di un breve progetto su Instagram con Maria Cristina Didero sotto il titolo Design Cucina. Abbiamo invitato amici e colleghi a condividere con noi un pasto, anche se solo virtualmente sui social, mostrando le immagini e la ricetta di un loro piatto.

Il 2020 è anche stato l’anno del tuo primo contributo di design alla Frieze New York, sul tema della materialità del colore, in collaborazione con Collective Design. Com’è stata quest’esperienza? Potrebbe essere la prima di una lunga serie?

La Frieze New York segue come sua specifica mission la collaborazione con altre discipline creative e altre organizzazioni. L’idea di tenere un evento dedicato al design era in pentola da un po’, e la scelta di Collective Design per la prima collaborazione di settore della Frieze è stata del tutto naturale. Io sono stata invitata come curatrice indipendente, per aiutare a definire e sviluppare le idee iniziali, a partire dal concept del colore, per progettare e realizzare con rigore una mostra che parlasse sia di arte sia di design.

Lo studio dei materiali è fondamentale nella pratica e nella storia del design, eppure è solitamente marginalizzato nella teoria e nella critica d’arte. Ora che artisti, accademici, critici e curatori danno più attenzione alla “roba che sta nel mondo”, la materialità assume di nuovo importanza. Sembrava dunque giusto restituire al colore una certa autonomia, trattandolo alla stregua di una materia prima. Così ho cercato opere in cui il colore apre a discussioni sulla produzione, sulla scienza dei materiali e sull’influenza della tecnologia, più che sull’applicazione superficiale.

Sarebbe meraviglioso vedere più presentazioni dedicate al design all’interno delle fiere d’arte, visto che nessun settore creativo può davvero funzionare a compartimenti stagni. Le opportunità per instaurare dialoghi cross-disciplinari non mancano.

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An Accelerated Culture. Exhibition curation by Brent Dzekciourous and Libby Sellers for Friedman Benda Gallery New York May 2019, photo courtesy

Uno dei temi chiave esplorati in Colours and Production è stato il confronto tra i colori definiti dalla natura e quelli “fatti dall’uomo” attraverso materiali nuovi o particolari processi…

Un approccio scientifico e materiale di questo tipo dice già molto sulle varie forze produttive che possono influenzare la pratica creativa in qualsiasi momento. Se guardiamo ai grandi eventi traumatici del passato – guerra fredda e altre emergenze globali di vario genere – gli artisti e i designer hanno sempre reagito attraverso il proprio lavoro. Di conseguenza, la mostra includeva anche autori contemporanei come Formafantasma e Tanya Aguiniga, che con le loro opere esplorano temi come la crisi climatica e la geopolitica. Il ritorno a coloranti naturali e pre-industriali era il loro commento alla nostra dipendenza dall’industria petrolchimica o dalle altre fonti da cui derivano i colori. Opere come queste sottolineano come arte e design possono essere uno strumento attivo per comunicare preoccupazioni urgenti ed emergenti.

La mostra intera era presentata all’interno di una piattaforma online. Qual è stata la tua esperienza in merito al ruolo della tecnologia digitale nel cambiare come pensiamo, produciamo e apprezziamo gli oggetti di design?

All’inizio la mostra era prevista in presenza, presso il tendone della Frieze New York. La pandemia ci ha costretti a una svolta rapidissima, per ricreare l’evento – e anzi, tutta la fiera – sotto forma di presentazione online.

La mostra mercato includeva lavori provenienti da varie gallerie in Europa, America del Nord e del Sud: per questo seguiva un mix ben bilanciato di esigenze curatoriali e logistiche. Era un puzzle di temi, opere e relazioni tenuti insieme senza molti margini di manovra. Il passaggio alla dimensione online ha buttato all’aria tutto il puzzle. Avevamo gli stessi pezzi ma dovevamo risistemare tutto per adattarci al nuovo formato. Per fortuna tutte le gallerie e i designer hanno appoggiato i cambiamenti e ci hanno aiutati a rendere l’esperienza ancora migliore, attraverso l’iconografia e la distribuzione di maggiori informazioni contestuali e su più livelli.

Quali ti sono piaciuti di più tra gli approcci innovativi al design e al modo in cui esso viene presentato al pubblico, in particolare in risposta alle limitazioni imposte dalla pandemia?

Le piattaforme social sono cresciute e sono ormai diventate mature come vero e proprio spazio per la presentazione, il dialogo e la discussione. Questo ha dato ai designer la possibilità concreta di spingersi ben oltre i canali tradizionali. Ha infranto le barriere del tempo e dello spazio, e unito autori, produttori, critici e clienti facendoli sentire connessi gli uni agli altri.

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Women Design, cover and inserts (Neri Oxman / Denise Scott Brown). Published by Frances Lincoln 2018, ph. Patrick Fetherstonhaugh

Il tuo ultimo libro, Women Design, mette al centro alcune delle donne più importanti che influenzano il settore sin dal XX secolo. In che modo è diventato più inclusivo il mondo del design? Cos’altro dovrebbe fare per sostenere non solo le donne di talento ma anche tutte le altre categorie sottorappresentate?

Indipendentemente dal genere o dalla razza, la questione della diversità si può affrontare dando il buon esempio. Eppure alcuni rapporti recenti sulla diversità nel nostro settore presentano statistiche tutt’altro che incoraggianti. Per esempio, nel Regno Unito le persone che lavorano nel design sono soprattutto uomini: la percentuale esatta è il 78%, ben superiore alla media della forza lavoro inglese in generale, dove gli uomini rappresentano il 53%. La pandemia e i conseguenti obblighi di lavorare da casa e fare didattica a distanza avranno ulteriormente peggiorato questi dati, visto il loro effetto catastrofico sulle madri e su tutti i caregiver domestici (che sono, nella maggior parte dei casi, donne).

Abbiamo bisogno di modelli ai quali ispirarci e dai quali apprendere. I racconti frustranti di ambienti di lavoro poco sicuri e per nulla capaci di valorizzare le donne, la carenza di servizi per l’infanzia e la disparità a livello retributivo persistono. Se le soluzioni più ovvie sono collegate direttamente a queste esigenze, abbiamo anche bisogno che le donne siano più collaborative e che si sostengano a vicenda. Le donne designer sono una delle risorse più potenti l’una per l’altra.

Le donne hanno sempre avuto successo nelle posizioni e nei ruoli privi di gatekeeper, dove hanno potuto definire e influenzare la propria carriera secondo un piano del tutto autonomo. Designer come Neri Oxman, Daisy Alexander Ginsberg, Christien Meindertsma e Julia Lohmann sono solo alcuni dei modelli che possono ispirare la prossima generazione. Lo squilibrio razziale è tutto un altro discorso per la design community, che sta affrontando la questione con grandi iniziative come “Where Are All the Black Designers”.

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Women Design, cover and inserts (Neri Oxman / Denise Scott Brown). Published by Frances Lincoln 2018, ph. Patrick Fetherstonhaugh

Per finire, su quali progetti stai lavorando? C’è qualcosa che potremo vedere presto?

Sto scrivendo molto: editoriali per varie pubblicazioni, contributi per i cataloghi di alcune mostre, e rapporti sulle consulenze che fornisco ad aziende che hanno bisogno di stimolare o introdurre determinati valori chiave. E poi molti, molti discorsi. Ho recentemente fatto da moderatrice a Basilea, per Maria Cristina Didero nel suo nuovo ruolo di Curatorial Director di Design Miami. Nel frattempo, ho una serie di proposte su mostre e libri... ma tornerò con gioia anche a pelare carote.

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Women Design, cover and inserts (Neri Oxman / Denise Scott Brown). Published by Frances Lincoln 2018, ph. Patrick Fetherstonhaugh

6 luglio 2022