Healing Architecture e scenari post-pandemia. La parola a Matteo Thun

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MatteoThun&Partners, Waldkliniken Eisenberg Ph Gionata Xerra

Le questioni sanitarie per molto tempo non sono state la prima preoccupazione degli architetti, ma non è sempre stato così. E qualcosa cambierà nei prossimi dieci anni, dice Matteo Thun.

Facciamo un salto indietro nel tempo, ma neanche troppo. Solo un anno e mezzo fa, tra marzo e aprile 2020, abbiamo cominciato ad acquistare compulsivamente disinfettanti e detergenti per la casa e l’ossessione dell’igiene ha raggiunto un picco. Intanto le cronache dagli ospedali giungevano quotidiane, riconfigurando il senso di sicurezza e self-care anche dentro al perimetro domestico. Improvvisamente è tornato alla memoria collettiva il ricordo dell’influenza Spagnola, che verso gli anni Venti del secolo scorso aveva spinto la nostra società in una situazione analoga. Da molto non pensavamo alla casa come trincea, luogo da proteggere dall’aggressione di virus e batteri – tuttavia i precedenti storici sono diversi. Dalle tappezzerie lavabili dell’epoca vittoriana agli imbottiti sfoderabili dei primi decenni del Novecento, spesso dimentichiamo che l’origine estetica delle creazioni che amiamo di più ha una radice funzionale e ragioni igienico-sanitarie. La sedia Paimio di Alvaar Alto per esempio, icona del modernismo scandinavo, ha quella forma per permettere ai malati di tubercolosi di rimanere seduti con il torace disteso. Era il 1932 quando la seduta veniva introdotta nel sanatorio omonimo appena progettato dall’architetto finlandese. Oggi i grandi architetti disegnano soprattutto hotel, spa, ristoranti, palazzi di rappresentanza per illustri committenti, più difficilmente ospedali. Nel nostro Paese in particolare, alla costruzione di ospedali pubblici, ma anche di scuole, si associa la parola “edilizia”; mentre si sente mai dire “architettura ospedaliera”?  Ne abbiamo parlato con Matteo Thun che, con Antonio Rodriguez e attraverso lo studio Matteo Thun & Partners, progetta indistintamente hotel e ospedali applicando a entrambi gli standard di architettura sostenibile e umanistica.

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MatteoThun&Partners, Waldhotel Ph Andrea Garuti

Perché architettura e ospedali sono parole che raramente si trovano assieme?

Spesso, quando si parla di strutture sanitarie è tutta una questione di efficienza. L’aspetto umano rimane trascurato, per lo più a causa di motivi economici e della mancanza di dialogo tra le istituzioni; nello specifico tra gli amministratori delegati e lo staff medico. È necessario far diventare gli ospedali, come i centri riabilitativi e altre strutture sanitarie, più “umani”. “Healing Architecture”, che oggi è quasi uno slogan, centra al meglio questo concetto.

In che cosa consiste?

In materiali tattili e naturali, luce calda, legno e molto verde – sia all’interno che all’esterno – che inducono benessere fisico ma anche psicologico, accelerando la convalescenza. Non ci sono dubbi sull’effetto rigenerante della natura: ad esempio la vista di un paesaggio boschivo attiva il sistema immunitario. È inoltre dimostrato che il legno rallenta il battito cardiaco in pochi minuti riducendo lo stress; inoltre isola dalle onde elettromagnetiche. Sono tutte proprietà meravigliose che dovrebbero essere usate per il design architetturale e d’interni in progetti ospedalieri e di ospitalità in genere, ovviamente anche per lo staff.

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Matteo Thun, Ph Nacho Alegre

Il centro ortopedico Waldkliniken di Eisenberg è progettato secondo questi principi dal vostro studio; che cosa in particolare ha convinto il ministero della Turingia?

Il fatto di essere il più ecologico, sostenibile ed economico possibile. È ubicato nel mezzo della foresta della Turingia e l’architettura dell’edificio circolare mette al centro il legno come materiale. L'aspetto da "hotel" delle aree pubbliche, le stanze coi pavimenti in legno, la vista del verde e l’offerta culinaria sono tutti aspetti integranti del piano generale. Si è usato un legno locale prefabbricato e materiali naturali nelle camere a forma di zeta, creando un’interazione tra interno ed esterno, permettendo la comunicazione e, al tempo stesso, la privacy. Le spaziose verande collegano le camere, tutte affacciate sulla natura circostante. L’interior design assicura la trasparenza: non solo verso la natura all’esterno, ma anche verso lo staff al suo interno. Volevamo che il paziente diventasse un ospite, in un ospedale pubblico.

Avete fatto notare che ospite e ospedale hanno la stessa radice…

È il concetto di “Hospitecture” che lega cura medica e ospitalità in un’architettura che vuole essere all’avanguardia e semplice. Crediamo che nei prossimi dieci anni gli ospedali diventeranno più simili agli hotel in termini d’identità e immagine, ma anche dal punto di vista del comfort, del design e della reputazione.

Dall’altra parte la pandemia ci sta spingendo a un ripensamento generale anche nell’ambito dell’architettura domestica; ma possibile rispondere a esigenze igieniche-sanitarie senza compromessi di qualità estetica?

La pandemia ha accelerato i processi del design che avevano appena iniziato a delinearsi: il concetto d’igiene touch-free per gli arredi, le maniglie, gli interruttori della luce; e soprattutto il design d’arredamento flessibile. Siamo convinti che il layout e l’arredamento flessibili regoleranno il design di domani, anche a casa. Tuttavia, pensiamo anche che l’innovazione abbia bisogno di tempo, e i nuovi prodotti innovativi debbano aggiungere qualcosa a ciò che esiste già. Noi, in quanto designer, dobbiamo trovare delle soluzioni per garantire la qualità estetica ma anche funzionale!

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21 dicembre 2021