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L’invenzione dello spazio pubblico

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La rivista americana The Architect’s Newspaper ha pubblicato una recensione del libro di Mariana Mogilevich The Invention of Public Space (University of Minnesota Press) dedicato agli spazi pubblici di New York visti come “prodotti di una negoziazione”, un processo iniziato a negli anni 60 e 70 all’epoca dell’amministrazione del sindaco John Lindsay.

Il libro “The Invention of Public Space” della storica dell’architettura Mariana Mogilevich apre una riflessione sulla natura dei luoghi cittadini condivisi e sulle responsabilità di architetti e urbanisti, a partire dall’esperienza della New York degli anni 60. Riconoscendo la genesi contingente e politica dei luoghi pubblici, la storica dell’architettura capovolge l’idea che gli “spazi aperti o liberi della città equivalgano a un ‘bene universale e puro’”, un’intuizione rinforzata dal recente dibattito sulle attività che si sono sviluppate all’aperto o sulle richieste di coprifuoco nate nella metropoli durante la pandemia. Si potrebbe allargare la riflessione ai fenomeni di restituzione all’uso pubblico di parte di edifici privati, o nati per altri scopi, come quelli citati dall’architetto danese Bjarke Ingels del gruppo Big durante gli Open Talks dell’ultimo* “supersalone”: la pista da sci sopra il termovalorizzatore di Amager Bakke-Copenhill nel cuore di Copenhagen o la fabbrica nel bosco disegnata per il marchio Vestre, diventata meta turistica. Appartengono alla stessa casistica anche gli scivoli metallici in tubolare che l’artista tedesco Carsten Höller costruisce (e costruirebbe) dappertutto, come ha raccontato lui stesso durante il suo Talk* sempre durante l’ultimo “supersalone”. Per restare a New York, Mogilevich sostiene che la città nei primi anni 60 non avesse uno “spazio pubblico in quanto tale”. Fu solo attraverso esperimenti storici di progettazione urbana e partecipazione pubblica che parchi, piazze, aree libere, marciapiedi, lungomare, strade vennero identificati come tali. Alle prese con flussi migratori sempre più massici (un milione di afroamericani e portoricani si trasferì a New York tra il 1960 e il 1970, mentre un numero simile di bianchi non ispanici lasciò la città) con conseguenti tensioni razziali e diseguaglianze, il sindaco Lindsay istituì un Urban Design Group all’interno del Department of City Planning con 15 architetti impegnati in pianificazione, progettazione e coordinamento dello sviluppo privato. Creò anche un Sidewalk Cafe Study Committee per “riportare le persone in strada, riducendo così la probabilità di criminalità”. Se lo spirito utopico aveva animato l’amministrazione Lindsay, quella successiva vide deperire molti dei progetti nati in quegli anni. Oggi ci sono nuove forme di spazi pubblici come le piazze pedonali dell’era Bloomberg “giustamente criticate per la loro commercializzazione, distribuzione iniqua in tutta la città e accesso limitato”, sottolinea l’autrice della recensione Karen Kubey. Ma Mogilevich rimane fiduciosa: le trasformazioni nello spazio urbano “non lasceranno un’eredità fisica ma ideologica”, sotto il segno dell’inclusività.

*rivedi la sezione dell’Open Talk

 

 

Crediti

Testo originale: Karen Kubey

Foto: gettyimages

Magazine: The Architect’s Newspaper

Editore: AN Media Group

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16 settembre 2021