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Cos’è l’architettura sovietica? Storia, immagini e pluralità
Sanatorio Druzhba, Yalta, Ucraina, 1985, ph. Thomas Vogt
Tra immagini iconiche e riletture critiche, l’architettura sovietica emerge come un insieme di esperienze diverse, distribuite nello spazio e nel tempo dell’URSS. Un percorso tra percezione contemporanea, storia e casi studio per superare le semplificazioni visive
“La cosa curiosa dell’architettura sovietica è che produce edifici incredibilmente fotogenici, che appaiono allo stesso tempo utopici nelle intenzioni originarie e distopici nello stato di degrado in cui spesso si trovano oggi”. Questa definizione, proposta da Edwin Heathcote su Wallpaper, è intrigante per la sua ambiguità: poco efficace nel descrivere un movimento architettonico o le condizioni storiche, culturali e territoriali che l’hanno generato, ma sorprendentemente precisa nel restituire una percezione diffusa del modo in cui queste architetture vengono oggi osservate.
Monumento ai Minatori, Mitrovica, Serbia, 1973
Architettura sovietica, immagini e percezione contemporanea
Più che spiegare l’architettura sovietica, questa opposizione tra utopia e distopia racconta il modo in cui oggi viene osservata e messa in circolazione: uno sguardo che privilegia l’immagine isolata, la rovina, la monumentalità fotogenica, a scapito della complessità dei processi che hanno generato questi edifici. Eppure, proprio questa fortuna contemporanea potrebbe rappresentare un’occasione diversa. Non tanto per fissare nuove etichette o consolidare un’estetica riconoscibile, quanto per riaprire alcune domande di fondo: in quali contesti questi edifici sono stati progettati? A quali programmi urbani e sociali rispondevano? Come sono stati adattati, trasformati o abbandonati nel tempo?
Per farlo è necessario rimettere in gioco alcune coordinate di base. L’Unione Sovietica (URSS) è stata uno Stato federale esteso dai Paesi baltici all’Oceano Pacifico, attraversato da climi, culture e tradizioni urbane profondamente diverse, ed è esistita per oltre sessant’anni. Una scala temporale e spaziale che rende inevitabile ogni semplificazione, ma problematica qualsiasi lettura unitaria dell’“architettura sovietica”
Monumento del Nono Forte di Kaunas, Lituania, 1984, courtesy Kaunas Ninth Fort Museum
Architettura e Stato nell’Unione Sovietica
Come osserva Luca Skansi in un saggio dedicato al rapporto tra architettura e Stato nell’Unione Sovietica, pubblicato nella Storia della civiltà europea: “Se da una parte è possibile sintetizzare in maniera molto netta le sue fasi di sviluppo, i suoi principali capitoli e i suoi confini temporali, sembra dall’altra sempre più complesso delineare le nette correlazioni tra le strategie dello Stato sovietico, le trasformazioni sociali ed economiche che hanno caratterizzato l’intera storia dell’Unione Sovietica e le caratteristiche della sua cultura architettonica, artistica e urbanistica”.
Ne deriva quanto l’argomento sia complesso e quanto ogni tentativo di sintesi debba fare i conti con riduzioni inevitabili, ma non neutre. Tra la circolazione di immagini sui media generalisti e le ricerche che scelgono di delimitare con precisione tempi, luoghi e programmi, si apre oggi una distanza evidente: da un lato l’architettura sovietica come icona visiva, dall’altro come campo di studio stratificato e ancora in larga parte da esplorare.
Club dei Lavoratori di Surakhany, Baku, Azerbaigian, 1929, ph. Richard Pare
Caratteristiche estetiche dell’architettura sovietica
È innegabile che molte architetture sovietiche colpiscano per la loro forza visiva. Edifici spesso di grandi dimensioni, imponenti nella scala e nella struttura, costruiti in larga parte in cemento armato, che ancora oggi esercitano una forte attrazione. Le forme sono estremamente varie: dai complessi residenziali seriali e squadrati alle strutture più sperimentali, che assumono l’aspetto di grandi fiori di calcestruzzo, torri monumentali o volumi che richiamano immaginari tecnologici e spaziali.
Architettura sovietica e immaginario post-sovietico
Nel discorso contemporaneo, parlare di “architettura sovietica” significa spesso evocare quartieri fuori misura, edifici ripetuti in serie, infrastrutture massicce e un paesaggio urbano segnato dal degrado. Città e architetture appaiono come sopravvivenze di un’altra epoca, messe ai margini dalla transizione post-sovietica, dove tutto sembra esistere come frammento di un passato potente e ormai concluso.
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Le Porte di Chișinău, Moldavia, 1980
Casi studio: mostre e riletture critiche
In questo quadro, alcune esperienze recenti mostrano come sia possibile affrontare l’architettura sovietica in modo diverso. Un esempio emblematico è la mostra “Revolutionary Architecture in the Soviet Union, 1917–1937”, presentata qualche anno fa dal MoMA di New York. La scelta curatoriale di concentrarsi esclusivamente sui primi due decenni post-rivoluzionari non mira a offrire una visione complessiva dell’architettura sovietica, ma a indagarne in profondità una fase specifica, segnata da una grande intensità teorica e progettuale. In questo caso, la riduzione del perimetro temporale diventa una condizione necessaria per restituire la densità del dibattito, dei programmi e delle sperimentazioni di quegli anni.



