L’influenza delle utopie domestiche nel libro Fast Forward

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Haus-Rucker-Co Laurids, Zamp and Pinter with Environment Transformern (Flyhead, Viewatomizer and Drizzler) 1968, from the Mind Expander project. Photo Get Winkler.

Che cosa rimane delle utopie architettoniche degli anni Cinquanta e Sessanta? In che modo continuano a influenzare l’habitat contemporaneo? Il libro di Massimiliano Giberti riflette su questi interrogativi analizzando dodici case-icona.

Nell’estate del 1956, i visitatori della Daily Mail Ideal Home Exhibition allestita al Kensington Olympia di Londra ebbero l’opportunità di ammirare dall’alto, passeggiando su una sorta di rampa sopraelevata, come si sarebbe potuta svolgere la vita quotidiana nella “casa del futuro”. La curiosa abitazione-display, in cui due coppie di attori si muovevano simulando azioni banali come stirare o prendere il tè, era stata realizzata dagli architetti Alison e Peter Smithson con l’obiettivo di illustrare il futuro dell’habitat domestico e, per quanto fosse la prima a prevedere la presenza di comparse in carne e ossa, non era l’unica nel suo genere. I decenni Cinquanta e Sessanta videro, infatti, un proliferare di progetti sperimentali o visionari che avevano come cifra la volontà di prefigurare il mondo di domani, proiettando gli osservatori e i rari abitanti – la maggior parte di queste case aveva finalità dimostrative e molte di esse non furono abitate se non per brevi periodi – in avanti di trenta o quarant’anni. Case concepite come astronavi, con sistemi di controllo centralizzati che permettevano di gestire qualunque aspetto pratico e potevano ricordare il “computerone” HAL 9000 immaginato da Stanley Kubrick per il suo 2001 Odissea nello spazio, elettrodomestici avveniristici e mobili dalle forme mai viste, rese possibili dalla rivoluzione della plastica e dalle nuove tecniche di lavorazione di materiali più tradizionali come il legno o il metallo. Case che senza dubbio riflettevano lo spirito del periodo, l’ottimismo legato al boom economico e alla conquista dello spazio come il desiderio di vivere secondo ritmi nuovi e più fluidi, e che hanno contribuito a plasmare l’immaginario collettivo diffondendo modelli che continuiamo a vedere applicati adesso che il futuro di allora è diventato il nostro presente.

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Monsanto House. DisneyLand, California (1957). Ph. credits Ralph Crane/the Life Picture Collection

Questo choc temporale, lo scarto cioè tra il futuro immaginato nel passato e quello che si è effettivamente realizzato, è al centro del libro di Massimiliano Giberti, architetto e docente di Progettazione Architettonica all’Università di Genova, che inaugura la collana de_signs di Sagep Editori. In Fast Forward: dal futuro al futuro, un lavoro corale che ospita anche saggi di altri autori, da Alessandro Valenti a Laura Arrighi e Chiara Centanaro, Giberti ripercorre le esperienze degli “architetti sognatori” di quella che viene comunemente chiamata space age cercando di capire in che modo, e in quale misura, le loro visioni si siano tradotte in realtà o si riflettano nell’habitat contemporaneo.

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The House of the future. Alison and Peter Smithson, London (1956). Photo © Daily Mail

I dodici progetti esemplari, selezionati e analizzati in maniera approfondita grazie anche allo strumento del ridisegno, hanno avuto alterne fortune: alcuni edifici, per esempio la Kunststroffhaus FG 2000 di Wolfgang Feierbach, sono ancora in uso, altri, per esempio la  Monsanto House of the Future voluta da Walt Disney e progettata dagli architetti Richard Hamilton e Marvin Goody e dall’ingegnere Albert G. H. Dietz del MIT, sono stati demoliti dopo un decennio di vita, altri ancora sono rimasti sulla carta o facevano parte di un programma più ampio mai realizzato. Tutti, però, possono essere considerati vere e proprie “macchine del tempo abitabili”. “Chi avesse abitato quelle case” spiega Giberti “sarebbe stato proiettato in un futuro plausibile, perché avrebbe avuto a disposizione soluzioni tecnologiche assolutamente all’avanguardia: dispositivi elettronici, sistemi di video telefono via cavo che permettevano di comunicare con l’esterno, cucine con apparati estremamente evoluti. Alcune avevano già il microonde alla fine degli anni Quaranta o nei primi anni Cinquanta. C’era anche un’idea di spazialità abbinata a un nuovo concetto di socialità, con ambienti molto flessibili e aperti che potevano essere condivisi con altre famiglie o avere diverse funzioni”. Se per quanto riguarda alcuni aspetti della vita del futuro gli architetti visionari sembrano avere centrato il bersaglio – la multifunzionalità degli spazi e la connessione con l’esterno sono requisiti che qualunque progettista contemporaneo deve necessariamente prendere in considerazione – non tutte le loro profezie si sono avverate con la stessa precisione. La plastica, per esempio, ha interrotto la sua scalata al mondo dell’edilizia e dell’arredamento nel momento in cui si è cominciato a focalizzarne l’impatto ambientale, mentre la tecnologia, seppure sempre più presente, tende oggi a fondersi nello spazio domestico. “L’idea della plancia di comando o della torre di controllo, piena di pulsanti, luci e rotelline che trasformavano la padrona di casa nel capitano di un’astronave si è completamente dissolta, nessuno di noi vorrebbe vivere così. Con Alexa, Siri e gli altri sistemi a comando vocale parliamo alla casa senza vedere dove sono collocati i dispositivi. Il linguaggio del futuro in questo senso non esiste più, abitiamo in case in cui non c’è più una connessione tra la tecnologia e la sua rappresentazione” chiarisce ancora l’autore. Risuona con il presente, invece, e lo fa in maniera sorprendente il fatto che molte di queste case fossero concepite in maniera tale da rendere possibile un confinamento più o meno prolungato. “Non si pensava a una possibile pandemia, ovviamente, però c’era la minaccia atomica e si immaginava l’ambiente esterno come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Il tema dell’autosegregazione era abbastanza presente, queste case erano pensate come delle capsule di sopravvivenza e dovevano essere dotate di tutto il necessario per il sostentamento dei loro abitanti”.

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Book cover

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Frame from 2001: A Space Odyssey, S. Kubrick

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Monsanto House, Disneyland, California, 1957. Graphic processing by Massimiliano Giberti's students from the University of Genoa

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Matti Suuronen, Futuro House, Janakkala, Finland, 1968. Graphic processing by Massimiliano Giberti's students from the University of Genoa

Salone del mobile Salone del mobile

Titolo: Fast Forward: dal futuro al futuro. L’habitat contemporaneo immaginato nelle utopie domestiche degli anni ’50 e ‘60

Autore: Massimiliano Giberti

Casa editrice: Sagep Editori, collana de_signs,

Ricerca e progetto: Massimiliano Giberti e Alessandro Valenti

Anno di pubblicazione: 2021

Pagine: 148