Tra immagini iconiche e riletture critiche, l’architettura sovietica emerge come un insieme di esperienze diverse, distribuite nello spazio e nel tempo dell’URSS. Un percorso tra percezione contemporanea, storia e casi studio per superare le semplificazioni visive
La cura del corpo tra neuroarchitettura e psicologia dello spazio
OHL Cultural Center for the Arts, ph. Ricardo Oliveira Alves
I progetti di interior design e di performing architecture firmati da AB+AC: lo studio di stanza a Lisbona racconta la sua pratica in attesa della Milano Design Week
La buona notizia per tutti coloro che credono nell’architettura come disciplina capace di migliorare la qualità della vita delle specie viventi (umane e animali) è che i progettisti, quando sono bravi, riescono a vedere oltre: aprono nuove strade, anche se stretti da burocrazia e rigidi protocolli da manuale.
Osservando il lavoro di Arianna Bavuso e Andre Chedid, che a Lisbona nel 2020 fondano lo studio AB+AC, non possiamo che essere ottimisti. Almeno rispetto allo spazio vitale di manovra che ciascuno di noi ha a disposizione. Tra alcune delle loro più recenti esplorazioni, ricordiamo l’OHL Cultural Space for the Arts, la Casa dei Patii Verdi, il Red Sea Meditation Space e il padiglione Luxury of Less, che proprio nell’anno del Salone Internazionale del Bagno e di EuroCucina / FTK – Technology For the Kitchen sembrano assumere la dimensione di manifesti estemporanei del buon progetto. Perché è semplice: quello che nell’immaginario collettivo, da stanza “in fondo al corridoio a destra”, nel tempo si è trasformata in spazio ibrido, capace di scardinare le regole dell’impiantistica moderna nella loro pratica è nuovamente in trasformazione. Per Arianna e Andre la casa è una dimensione concettuale, un luogo dove prendersi cura della mente: come una sinapsi, esiste quando attivata dalle forme, dalle proporzioni, dai rapporti in scala, mai in modalità riparativa, ma rigenerativa.
Arianna Bavuso e Andre Chedid, AB+AC
Entrambi architetti – una laurea all’American University of Beirut (AUB), lui, un percorso formativo che parte dal Politecnico di Milano per concludersi con il master alla Royal Danish Academy of Fine Arts in Copenhagen, lei – il duo sin dagli inizi lavora sul concetto di spazio in modalità decisamente autoriale. “La pianta è la dimensione che regge tutta la nostra riflessione attorno all’abitare, sia esso permanente o temporaneo”, introduce la riflessione Arianna. Raggiunta al telefono, racconta che nel loro lavoro la pianta non è un semplice contenitore neutro di azioni quotidiane, ma un elemento attivo, capace di influenzare comportamenti, scelte, stati d’animo. “Il modo in cui organizziamo gli ambienti in cui viviamo e lavoriamo incide profondamente sulle nostre abitudini: ogni oggetto, ogni disposizione, ogni percorso interno a una stanza suggerisce gesti, invita a ripetizioni, consolida routine. Va da sé che, se lo spazio può rafforzare abitudini esistenti, può anche aiutarci a modificarle”, puntualizza. “Ripensare un ambiente significa intervenire su quei piccoli automatismi che, sommati, costruiscono la nostra quotidianità: un piano di lavoro orientato verso la luce naturale può favorire concentrazione e benessere; una cucina aperta alla sperimentazione funzionale può incoraggiare un’alimentazione più consapevole; un angolo dedicato alla lettura o alla meditazione può educare all’ascolto del proprio corpo”: non si tratta di formule magiche, ma di micro-scelte progettuali che, nel tempo, producono effetti concreti sull’equilibrio psico-fisico di chi lo abita.
“Il luogo nel quale decidiamo di stare, in questo senso, ha la capacità di aiutarci a disinnescare abitudini malsane e a sostituirle con altre più salutari e coerenti con i nostri obiettivi. Eliminare ciò che distrae, rendere più accessibile ciò che nutre, semplificare ciò che complica: sono azioni che incidono sul comportamento più di quanto immaginiamo”: l’ambiente diventa una sorta di infrastruttura invisibile che sostiene la volontà individuale, rendendo il cambiamento meno faticoso e più naturale.
Ma il ruolo dello spazio non si esaurisce nella dimensione funzionale, “al contrario custodisce una componente simbolica e narrativa alla quale cerchiamo di dare voce”, continua Arianna. “Gli ambienti raccontano chi siamo e, allo stesso tempo, suggeriscono chi potremmo diventare. Circondarsi di superfici materiche, colori strutturati, immagini accoglienti, ma anche suoni dolci, frequenze naturali e luci calde, significa proiettare all’esterno una visione di sé che, gradualmente, viene interiorizzata. È un dialogo continuo tra identità e contesto: modifichiamo lo spazio e lo spazio, a sua volta, modifica noi”. In un gioco di rispecchiamenti e tensioni aspirazionali che accompagna la trasformazione, emerge la tensione al miglioramento al quale ciascuno di noi ambisce.
“Progettare o riorganizzare un ambiente può quindi diventare un atto intenzionale di trasformazione personale. Non si tratta soltanto di estetica, ma di visione. Qual è la persona che vogliamo essere? Quali abitudini desideriamo coltivare? Quali comportamenti vogliamo lasciarci alle spalle? Ogni scelta spaziale può essere orientata a sostenere quella direzione. In questo modo lo spazio diventa una mappa, un promemoria quotidiano del percorso che abbiamo deciso di intraprendere”.
Un approccio all’architettura che restituisce all’aspetto emotivo la centralità perduta: se ambienti disordinati o incoerenti possono generare confusione e stress, al contrario spazi armonici e leggibili favoriscono equilibrio e calma. “Quando l’ambiente riflette un’intenzione precisa, trasmette stabilità. E la stabilità è una base necessaria per qualsiasi processo di crescita. Sentirsi sostenuti dal luogo in cui si vive significa avere un punto fermo da cui partire per esplorare nuove possibilità”.
In questo quadro, la trasformazione non appare più come un salto improvviso, ma come un processo graduale, costruito giorno dopo giorno: “cambiare disposizione a un mobile, eliminare un oggetto superfluo, creare una nuova funzione all’interno di una stanza: sono piccoli gesti che, ripetuti nel tempo, contribuiscono a ridefinire la nostra traiettoria. 20-30 minuti di esposizione alla natura”, spiega Arianna, “contribuiscono a ridurre in maniera drastica la produzione di cortisolo”, e il nostro sistema immunitario ringrazia. “Prendersi cura del proprio corpo, non vuol dire riparare i danni, ma sollevarlo dallo stato di allerta. E poi anche il battito cardiaco diventa più agile, resiliente. Quindi ogni luogo nelle nostre architetture è in connessione con il verde: che sia un bosco, un giardino, un balcone”. Come a dire che l’inclusione agisce sul cambiamento, rendendolo tangibile, visibile, quotidiano.
A chi si chiede come Arianna e Andre abbiano maturato la propria consapevolezza spaziale, la risposta è semplice: “Interpellando mindfulness, meditazione e neuroscienze, certo. Ma anche riflettendo sulla nostra storia personale”, svela Arianna, una milanese di nascita che si sposta prima a Lisbona e poi a Copenhagen, dove finalizza la sua formazione di architetto. “Il fatto che in Danimarca non ci sia luce per sei mesi all’anno mi porta a rileggere i comportamenti delle persone e i loro riti, insieme al modo in cui abitano le case”.
“Quando lavoravamo in Cina, dove il sole c’è, ma l’aria è irrespirabile, ho compreso che rimanere in salute in una città così inquinata vuol dire ri-organizzare le proprie abitudini. A Pechino, fumare e fare jogging erano due attività equivalenti, di contro, il downside – ovvero, correre in spazi al chiuso – espone il corpo alla Sick Building Syndrome”, come a dire che in quel contesto il corpo è costantemente in allerta.
“È mixando curiosità ed esperienza che ci siamo avvicinati alle neuroscienze, una ricerca condivisa con gli studenti del corso Neuroarchitettura: psicologia dello spazio presso il Gritnova Global Campus. Si tratta di un modo per spiegare ai professionisti che il nostro compito è quello di articolare la sequenza di stimoli e informazioni che sollecitano la nostra pelle prima di arrivare al cervello, perché entrare in una stanza vuol dire entrare in relazione con ciò che sfioro, vedo, uso. Un po’ come avviene in cucina, dove a reggere gli equilibri dell’esperienza culinaria è il palato”: ecco perché l’architettura che si preoccupa del sistema nervoso umano non può che occuparsi di pelle, di corpo, di emozioni che ci sfiorano.
La forza di un buon progetto sta tutta nell’intreccio tra volontà di chi immagina e di chi abita: lo spazio non decide, accompagna. È un facilitatore di buone pratiche, uno strumento silenzioso ma potente, capace di orientare comportamenti e sostenere trasformazioni profonde. Non siamo soli di fronte ai nostri obiettivi o alle nostre fragilità. Attraverso lo spazio possiamo costruire un contesto che ci sostiene, che riduce le resistenze e amplifica le possibilità. Possiamo proiettarci verso la persona che desideriamo diventare e, passo dopo passo, rendere quella visione sempre più concreta.
Perché lo spazio come ce lo restituiscono gli AB+AC non è soltanto il luogo in cui viviamo, ma il campo d’azione in cui prendono forma le nostre intenzioni. Se impariamo a considerarlo come un alleato, diventa uno strumento di evoluzione continua, capace di accompagnarci nel percorso di trasformazione verso la versione di noi stessi che sentiamo più autentica.



