Propeller Office: spazio ibrido, umanocentrico e sartoriale

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Lingotto

Il nuovo workplace unisce il comfort e la familiarità dello smartworking alla natura collaborativa delle attività svolte in ufficio per creare il miglior spazio possibile per produrre valore. Ce lo racconta Nicholas Kaspareck di Unispace.

Hanno coniato un nuovo termine e parlano di Propeller Office, una nuova tipologia di workplace che vuole raccogliere e mixare il meglio dello smart working e dell’attività in ufficio per ottenere un’esperienza lavorativa più ricca di significato. E naturalmente più felice e più efficiente. Sono gli architetti di Unispace. A loro si deve il ripensamento della distribuzione spaziale delle funzioni lavorative nell’ottica di supportare nuovi modelli di collaborazione e condivisione in ufficio. Ma non solo. Nicholas Kaspareck, General Manager Southern Europe, è convinto che si debba insistere sugli aspetti human e user centric di questi spazi: capire chi sono gli utenti di questi luoghi, dove e come vivono, che tipo di attività svolgono e in quale organizzazione, è fondamentale per progettare uffici su misura, che mirano sempre più a una sostenibilità ambientale e sociale

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Nicholas Kaspareck, General Manager Southern Europe

Quali tipi di spazio lavoro diventeranno, a tendere, la nuova normalità? Oggi già si parla di hub e ufficio diffuso…
La “nuova” normalità non ha nulla di nuovo: la pandemia ha accelerato una tendenza da tempo in atto. Già nel 2014, in Asia, per esempio, a Shanghai, Sydney o Kuala Lumpur, città in cui gli spostamenti in auto verso l’ufficio pesano anche due o tre ore al giorno, iniziava ad affermarsi il modello di workplace hub&spoke. Oggi, con la pandemia, ci si è accorti che parte del lavoro può essere condotto da remoto. Da qui, questa spinta verso l’home working che, attenzione, non ci deve trarre in inganno. Mi spiego. L’Australia è stato uno dei primi Paesi a tornare alla normalità e, proprio qui, abbiamo notato come il lavoro da casa sia sceso repentinamente dall’80% a circa la metà nel giro di un mese. C’è stata una corsa al ritorno in ufficio. In America, invece, si verificano le prime esperienze spiacevoli e sovraffollate relativamente all’uso degli uffici, perché il lunedì e il venerdì gli spazi sono vuoti, mentre il mercoledì sono tutti lì. Le domande che si stanno ponendo le aziende sono come sarà l’ufficio del futuro, quanto deve essere grande, qual è il suo scopo e quali ne saranno i contenuti. La realtà è che deve rimanere human centric e user centric. Dobbiamo, quindi, capire chi saranno gli utenti di questi spazi, dove vivono, in che tipo di case abitano, qual è la loro situazione familiare, il loro modello lavorativo, per poi costruire uffici con un approccio sartoriale. L’ufficio, infatti, è un ecosistema di soluzioni che deve permettere alla persona di essere efficiente. Da qui, la nostra classificazione Home, Zoner e Owner, che dipende non solo dal tipo di lavoratore che si è, ma anche dall’azienda in cui si lavora. Per esempio, in uno studio legale italiano di matrice internazionale, la nostra ricerca dimostra che circa l'80% degli avvocati si comporta da owner perché il lavoro del professionista richiede un certo tipo di ambiente e di relazioni in studio. Mentre in una realtà tech o di consultancy, gli owner sono il 20%, gli homer il 40% come gli zoner. Sicuramente, l’ufficio in futuro sarà più decentralizzato, ma è cruciale comprendere queste dinamiche, il settore e il team con cui si lavora, la mobilità urbana e la situazione personale di ognuno.
Se il lavoro individuale sarà sempre di più svolto da remoto, che tipo di spazio favorirà la collaborazione e la creatività in presenza?
Spazi sicuramente più sociali, ma il punto è che si dovrà progettare l’“atmosfera” che favorisca quel tipo di obiettivi e non solo un certo tipo di lounge o combinazione di arredi che stimolino le persone ad andare in ufficio per collaborare e fare brain storming. Dovremo dare molto più peso a tematiche quali luce, acustica, qualità dell’aria, biofilia: solo così potremo fare la differenza tra lavoro da casa, al tavolino di un bar o in un ufficio. E l’ufficio deve diventare una “destinazione” piuttosto che il luogo dove sei obbligato ad andare. In Unispace, per esempio, in risposta alla pandemia, abbiamo sviluppato il concetto di Propeller Office, per cui abbiamo creato una zona community, una zona innovation e una problem solving. La zona community occupa più o meno il 30-40% dello spazio ed è progettata in maniera molto agile, modulare, può essere velocemente riconfigurata. Quando ci serve per un evento, mette a disposizione help desk, bar, un centro hospitality, ma poi può venire riconfigurata come zona per il coworking collaborativo.
Smart working, automazione e intelligenza artificiale, quanto hanno cambiato e quanto ancora cambieranno il modo di progettare i luoghi destinati al lavoro?
Le aziende, oggi, stanno attraversando una fase di disruption dovuta ai progressi della tecnologia e al fatto che stiamo affrontando per la prima volta le sfide di una pandemia come il covid. Siamo nella quarta rivoluzione industriale e stiamo esplorando nuovi modelli. Sicuramente si vanno formando nuove metodologie di lavoro guidate da temi di trasformazione digitale che stanno portando le aziende a rinnovarsi e riposizionarsi. Questo comporta cambiamenti dal punto vista degli spazi fisici ma anche dell’operatività con temi d cyber security, gestione dei dati, privacy. Pensiamo semplicemente a un dipendente che lavora da casa e si deve collegare alla rete aziendale. Da una parte, la mobilità del dipendente è garantita dalla tecnologia, dall’altra, in ufficio, si investe sull’hardware interattivo e si utilizza il software come strumento per gestire lo spazio, il desk, le visite, la sicurezza e gli eventi. L’aspetto più importante di tutto questo sono i dati che derivano dalla conoscenza di come vengono utilizzati gli spazi. Una volta che capiamo come le persone usano gli spazi possiamo adeguare il nostro approccio progettuale.
Oggi al workplace si chiede di essere sostenibile per l’ambiente e le persone: in cosa consisterà questa rivoluzione?
Sicuramente c’è una spinta verso la sostenibilità guidata anche dai più grandi business leader del mondo, ma la verità è che c’è ancora molta strada da fare soprattutto nel Real Estate. Per citare alcuni dati che possono dare speranza: a fine anni ’90, circa il 20% delle aziende Fortune 500 pubblicavano un CSR report a fine anno. Ora più del 90% ne ha uno. Ci stiamo evolvendo dalla Corporate Social Responsability al Creating Shared Value (ndr la possibilità di creare valore economico per l'impresa e per i suoi shareholders attraverso la produzione di un beneficio per la società e per l'ambiente) e ora si parla di rating ESG (o rating di sostenibilità) insieme a molte altre iniziative legate all’impatto socio-ambientale. Ci sono molti vocaboli diversi usati per descrivere attività nella sostenibilità, però è essenziale abbinare le belle parole con dei fatti concreti! Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, per esempio, ha annunciato recentemente che nei prossimi 10 anni la banca muoverà 30 miliardi di dollari verso iniziative di racial equity. Per noi, progettualmente parlando, è sicuramente un aspetto molto complesso perché entrano in gioco molte variabili. Un conto, infatti, è quanto si sta realizzando a Milano con MIND (Milano Innovation District) di Lendlease o con Welcome di Europa Risorse, in un’ottica di carbon footprint. In questi casi, gli obiettivi di sostenibilità ambientale sono molto chiari fin da subito sia a livello di tecniche di costruzione, sia a livello di operatività con fonti di energia rinnovabile o a livello di benessere delle persone. Salgono, quindi, in cima alla lista delle priorità il controllo della qualità dell’aria, della luce, del verde interno e l’ergonomicità. Si tratta di building pensati per far star bene le persone e il pianeta che sta intorno. In questo modo, verranno progettati molti edifici del futuro con varie certificazioni mentre le aziende cercheranno questo tipo di prodotto per stare in linea con i propri criteri di sostenibilità. La cosa più difficile è, invece, quando ti trovi con gran parte degli edifici a Milano che sono storici o costruiti in un tempo in cui queste guidelines non c’erano, quindi necessitano interventi di riqualifica secondo criteri difficilmente attuabili in essi. D’altro canto, riqualificare ha un impatto minore che sviluppare. È una sfida continua non solo in fase di selezione dei materiali, ma proprio in un’ottica di progettazione olistica. Il focus attuale è individuare linee guida per la supply chain in base a obiettivi di impatto ambientale e DE&I.
Vorrei concludere parlando del tempo libero. In questo scenario in cui tutto è ibrido e i confini fra attività sono sfumati … esiste ancora?
Ottima domanda. Dall’inizio degli anni 2000, grandi aziende del settore tech fanno di tutto per tenerti in ufficio. Sono stati i primi a inventarsi grandi spazi per mangiare, giocare, intrattenersi. L’intento è ovvio: spingerti a creare la tua famiglia e la tua comunità in ufficio per incentivare la tua produttività. Al contrario, oggi, siamo tutti a casa, dove, invece di avere più tempo libero, siamo maggiormente stressati perché genitori e figli condividono lo stesso spazio per lavorare e studiare e gli orari sono diventati molto più fluidi vista la maggiore accessibilità alle persone, che spesso non è una cosa del tutto positiva. Credo, quindi, che stia a noi definire il limite tra tempo personale e tempo per il lavoro. Ma, d’altra parte, vedo molte aziende che, oggi, fanno employee caring: il datore di lavoro si prende cura dei propri dipendenti e ne supporta il benessere psico-fisico. Certo, per trattenere i talenti e con la consapevolezza che chi è sano e felice performerà sicuramente meglio. Un tema da non trascurare è la dinamica di squadra, perché in un mondo in cui tutto è ibrido e flessibile, può risultare difficile coordinarsi ed ecco che ci troviamo in call alle 9 di sera perché il collega dalle 4 alle 8 aveva un altro impegno. In futuro, credo che necessariamente dovremo fare un distinguo per la nostra sanità mentale ma l’overlap ci sarà sempre. E non è detto che sia giusto o sbagliato.
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