The World Around: il summit del contemporaneo

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Courtesy of Bourse de Commerce, Pinault Collection. Image credit: TadaoAndo Architect & Associates, NeM/ Nineyet Marca Architectes, AgencePierre-Antoine Gatier. Ph. Patrick Tourneboeuf

Curato da Beatrice Galilee, un incontro al Guggenheim ospita progettisti, pensatori ed esperti internazionali per creare un archivio di pratiche che propongono un cambiamento concreto

Architettura e design sono discipline attraverso cui è possibile parlare delle questioni urgenti del contemporaneo: cambiamento climatico, equità razziale e sociale, ecologia, diritti degli indigeni, nuove tecnologie e utopie possibili. I designer hanno la capacità di affrontare questi temi con un approccio pratico e propositivo, avvicinandoci un progetto per volta al futuro.

Creare un network di pensatori e creatori contemporanei che condividono questo approccio è l’obiettivo di The World Around, giovane istituzione no-profit fondata dalla curatrice Beatrice Galilee. “Cerchiamo di usare The World Around come un modo per parlare di design come attualità, non solo descrivendo oggetti o edifici”, afferma Galilee. “Quest’anno vediamo sempre più persone che lavorano per scomporre e comprendere il mondo estremamente complicato in cui viviamo.” The World Around è un seminario annuale la cui ultima edizione, la terza, si è tenuta lo scorso 5 febbraio sia al Guggenheim Museum di New York, sia con il collegamento di relatori da tutte le parti del mondo: Tokyo, Pechino, Rosario, Brasilia, Milano, Zurigo e Barcellona.

L’internazionalità dell’evento è sottolineata dall’altro partner istituzionale, il museo olandese Het Niewe Insituut, la cui partecipazione crea un ponte tra Stati Uniti ed Europa. Galilee è stata attenta a curare una serie di conferenze che dà voce alla grande diversità di punti di vista, approcci e idee provenienti da tutto il mondo, evitando una prospettiva esclusivamente occidentale come spesso – purtroppo – accade in questo tipo di eventi. Il seminario del 5 febbraio 2022 è diviso in tre sessioni da 2 ore ciascuno, con tre tematiche complementari.

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Depot Boijmansvan Beuningen, courtesy of MVRDV. Image credit Ossipvan Duivenbode

Sessione 1: Scuole, scarpe da ginnastica, storie e altri agenti di cambiamento

La prima parte dell’evento ha visto una serie di professionisti ed esperti parlare di progetti educativi, processi collettivi e nuove idee capaci di “indurre un cambiamento nel mondo”. Primissima relatrice è infatti l’architetta, docente e scrittrice Lesley Lokko, recentemente nominata curatrice della Biennale Architettura di Venezia 2023. Lokko ha parlato dell’African Futures Initiative (AFI), una scuola di architettura post-laurea con sede in Ghana: “AFI è un’istituzione che è ancora in fase di creazione, decisamente in evoluzione, senza alcun modello o precedente reale. Deve molto alle svariate piccole scuole di architettura, spesso indipendenti, che sono emerse in tutto il mondo negli ultimi 50 anni. È molto legata al progetto Radical Pedagogies iniziato da Beatriz Colomina alla Princeton University: non tanto per la sua struttura o il suo curriculum e nemmeno per le sue ambizioni, quanto nell'idea di ‘radice’, un orizzonte sperimentale di idee e prospettive riunite in un unico luogo,” spiega Lesley Lokko. Tra gli altri relatori della prima sessione: lo studio italiano Formafantasma ha parlato della loro ultima mostra Cambio e del concetto di Geo-Design; la curatrice Camila Marambio ha presentato il progetto Turba Tol Hol-Hol Tol, che si occupa della conservazione comunitaria delle torbiere in Cile; il collettivo Top Manta ha raccontato la produzione sociale di vestiti e scarpe, che aiuta i venditori di strada a Barcellona.

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Neue Nationalgalerie, Berlin View from Potsdamer Straße. Image credit Simon Menge

Sessione 2: Ghiaccio, pietra, sabbia e altri archivi

La seconda sessione, presentata da Aric Chen, direttore del Het Nieuwe Instituut, si è focalizzata sul mutevole rapporto tra architettura e tempo. Tra gli ospiti troviamo il premio Prizker Tadao Ando, che ha presentato il suo progetto di preservazione della Bourse de Commerce a Parigi, convertita oggi nella collezione Pinault; il collettivo Design Earth ha parlato del libro The Planet After Geoengineering, in cui immagina paesaggi urbani e post-naturali in un futuro lontano e distopico. Dominique Petit-Frère, co-fondatrice di Limbo Accra, ha raccontato il lavoro dello studio ghanese, che ripensa le strutture incompiute del paese attraverso progetti artistici. Edificio che rappresenta al meglio l’incontro-scontro tra architettura e tempo è poi Depot Boijmans Van Beuningen, il primo deposito d’arte completamente accessibile, situato al Museum Park di Rotterdam, ed edificio che rivoluziona l’approccio con cui le opere d’arte possono essere conservate. L’architetto Winy Maas, fondatore dello studio MVRDV e autore del progetto, ha offerto agli spettatori di The World Around una visita guidata (virtuale) dell’architettura. “L’archivio è ordinato per materiali: sculture, carta, fotografie, dipinti. Ognuno richiede un tipo di ambiente e di spazio diverso. L’atrio centrale è circondato da 50 tipi di stanze che si differenziano per dimensioni, temperatura, illuminazione e umidità. Passando accanto a porte e finestre sembra di stare in una piccola città d’arte,” racconta.

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Chapel of Sound, courtesy of OPEN Architecture. Ph. Jonathan Leijonhufvud

Sessione 3: Alberi, parole, immagini e altri monumenti

Una foresta può essere un monumento? In che modo le nuove tecnologie possono influenzare il design e renderlo più equo? I ricercatori e designer invitati in questa sessione hanno parlato di conservazione con approccio intersezionale, incrociando diversi temi contemporanei. Tra i relatori si trova Monument Lab, una pratica no profit con sede a Philadelphia che indaga le implicazioni politiche dei monumenti nelle città americane. L’architetto, educatore e scrittore Paolo Tavares ha poi presentato il suo progetto Trees, Palms, Vines and Other Architectural Monuments, in cui si interroga su cosa sia un monumento architettonico, mentre DAAR (Sandi Hilal e Alessandro Petti) ha recentemente creato un dossier per candidare il campo profughi di Dheisheh a diventare patrimonio mondiale dell'UNESCO: “il concetto di appartenenza è stato radicalmente trasformato nei campi profughi. Abbiamo studiato come gli abitanti di questi luoghi si auto-organizzano e supportano a vicenda. Riconoscendo il fatto che questi campi sono crimini, e che non avrebbero dovuto essere costruiti sin dall’inizio, non possiamo negare che dopo 70 anni della loro esistenza dovremmo riconoscere il valore di queste realtà ‘temporanee’. Per questo ci siamo rivolti all’UNESCO per certificare il valore di questo patrimonio.”