Rosa Rogina: LFA, un festival per agire sulla nostra città

RosaRogina_It takes two-12 © Agnese Sanvito

It takes two, Ph Agnese Sanvito

Rosa Rogina, architetto, ricercatore e curatore, è il nuovo direttore del London Festival of Architecture, il più grande evento del settore. Salone del Mobile.Milano l’ha incontrata a Londra per parlare dei suoi progetti e delle aspettative per la prossima edizione del festival.

Le sue 17 edizioni e il titolo di più grande kermesse annuale di architettura hanno fatto del London Festival of Architecture (LFA) una celebrazione istituzionale per uno dei centri dell’architettura più all’avanguardia del mondo. Riflettendo sugli ultimi due anni di restrizioni dettate dalla pandemia, che hanno dato al festival un volto multimediale e offerto una moltitudine di nuove tematiche da affrontare, il LFA si avvia a prendere una direzione innovativa nel giugno 2022 sotto la guida di Rosa Rogina, che è da poco stata chiamata a dirigerlo.   

Rogina, architetto, ricercatore e docente, ha ricoperto il ruolo di Programme Director del LFA dal 2016 e vanta una grande esperienza da curatore presso importanti fiere internazionali del design, dalla Biennale di Venezia del 2018 alla Vienna Design Week del 2020. Di temperamento gentile e al contempo passionale, Rogina è profondamente consapevole delle sfide più urgenti che affronta la capitale britannica, dall’azione climatica alle disuguaglianze nella tutela della sicurezza delle donne nelle strade, e ritiene che affrontare queste sfide sia una missione del design. Da qui la scelta del tema Act (azione, agire) per la nuova edizione del festival. “È davvero il momento di trasformare la consapevolezza in azione”, ci ha detto quando l’abbiamo incontrata per parlare dei suoi progetti e delle aspettative per la prossima edizione del LFA.  

Rosa Rogina LFA

London Festival of Architecture (LFA) and Architecture LGBT+ Installation

Alla luce dell’eredità che ci lascia il Covid-19, com’è cambiato il festival e quali sono alcuni degli elementi che troveremo nel programma di questa edizione?

Uno dei nuovi obiettivi del LFA, che è destinato ad acquisire sempre più importanza, è fare di questo festival uno strumento per cambiare la città. Sarà meno vetrina di grande architettura in un ambiente museale, e più un modo per mostrare al pubblico il valore del buon design negli spazi e nei luoghi importanti per il pubblico stesso. Questo perché il Covid ci ha mostrato che è possibile cambiare le nostre città. Pensiamo a Soho e ad altre zone della City, dove le autorità municipali in breve tempo hanno saputo chiudere al traffico le strade per dare spazio ai tavoli dei ristoranti all’aperto e ad altre attività a misura di pedone, nel giro di poche settimane. Abbiamo intenzione di essere in prima linea in questa conversazione, e il festival già molto prima della mia nomina, con l’edizione del 2008 aveva cercato di percorrere questa strada, chiudendo Exhibition Road a South Kensington per un weekend lungo. Proprio in quel momento le autorità locali di Kensington e Chelsea si resero conto che offrire quello spazio ai pedoni era un’idea intelligente. Ecco perché ora quella è una superficie condivisa; il design che si vede ora in quelle zone è proprio la conseguenza diretta di quell’iniziativa, e credo proprio che questo debba essere il ruolo e l’obiettivo primario del festival. Il pubblico incomincia a vederci come serie di interventi piuttosto che come singolo evento. Ora siamo impegnati in questa conversazione sul clima, e stiamo cercando modalità per rendere le strade più verdi, con una serie di installazioni legate ai temi della biodiversità e dell’ecologia. Vogliamo che il nostro lavoro possa avere un impatto duraturo, che superi la durata del festival. 

Dall’anno scorso il programma dell’evento prevede una serie di installazioni di tipo sia fisico, sia digitale, in formato ibrido. Quali sono alcune delle forme innovative di coinvolgimento che sono state rese possibili da questa nuova formula?

Questo è un aspetto molto interessante, perché prima della pandemia eravamo fortemente contrari al digitale. Invece adesso stiamo creando una forma di coinvolgimento completamente nuova che si rivolge al pubblico di tutto il mondo, senza che ci sia la necessità di recarsi fisicamente a Londra per poter partecipare al festival. Ciò crea inoltre consapevolezza riguardo all’impronta ecologica che questo tipo di eventi normalmente producono. Inoltre, sfruttare la tecnologia per ospitare conferenze in forma digitale ci permette di diffondere la registrazione, o una parte della registrazione, dopo la conclusione dell’evento. Penso che in futuro la nostra ambizione sarà quella, ovviamente, di tornare alla vita di prima della pandemia, ma allo stesso tempo non vogliamo mettere completamente da parte ciò che abbiamo imparato e quindi continueremo a mantenere digitale una parte del nostro evento.

Rosa Rogina Windflower © Luke O'Donovan

Windflower  Ph Luke O'Donovan

Per i prossimi anni, quale sarà il focus del tuo mandato da direttore del LFA?

La mia priorità assoluta sarà di rendere il dibattito democratico. Quando si parla con le persone di design, di film o di moda, tutti hanno un’opinione, mentre non appena si menziona l’architettura sembra quasi di parlare di medicina o di scienza. E poi si pensa, beh, in fin dei conti tutti noi usiamo gli edifici, popoliamo ambienti domestici e luoghi pubblici, e quindi tutti dovremmo avere un’opinione in merito. Tuttavia, molte persone non pensano di possedere gli strumenti per poter avere voce in capitolo in questo genere di dialogo. La seconda cosa che ci sta molto a cuore è la collaborazione con giovani designer e architetti emergenti, che purtroppo in questa città hanno vita molto difficile nel passaggio dall’università all’inizio della loro attività in proprio. Per questo abbiamo cominciato a organizzare concorsi di design, che diventano via via sempre più grandi. Nel 2017 abbiamo organizzato il primo, importante concorso in collaborazione con la Dulwich Picture Gallery, una galleria della zona sud-est di Londra che raccoglie le opere dei grandi maestri; un luogo unico nel suo genere, ma con un pubblico ristretto e predeterminato. Abbiamo organizzato un concorso per un padiglione temporaneo situato nel giardino della galleria, un modo per nominare giovani designer e offrire loro il loro primo, importante progetto culturale, e per portare al contempo un nuovo pubblico alla Dulwich Picture Gallery. L’iniziativa ha poi assunto una cadenza biennale, e nelle ultime stagioni il volto del pubblico della galleria è completamente cambiato, diventando sempre più giovane ed eterogeneo. Il primo progetto è stato portato avanti dagli architetti dello studio IF_DO Architects ed è stato un vero e proprio trampolino di lancio per loro; il secondo progetto è stato assegnato a Yinka Ilori, con lo studio Pricegore Architects, ed è stato il suo primo lavoro importante.

Questa iniziativa sembra un’ottima idea per affrontare un problema tipico dell’architettura britannica, ossia la mancanza di contatto con gli ambienti non accademici. Altre voci critiche rispetto all’establishment stanno iniziando a mettere in discussione questa idea, penso per esempio ad Adam Nathaniel Furman e al movimento New London Fabulous, che si ispira a lui, ma anche al progetto di quest’anno del Serpentine Pavilion che celebra il multiculturalismo di Londra. Potrebbe essere la scintilla che porterà al cambiamento?

Anch’io insegno all’università, e devo dire che la popolazione studentesca sta diventando via via più eterogenea e che si è visto un cambiamento nell’agenda accademica in generale. Penso che ci sia sempre stata una separazione tra l’ambito accademico e la pratica politicamente consapevole, ma trovo che in questo momento stiamo vivendo un cambiamento epocale, e persino movimenti come il New London Fabulous vengono applauditi all’interno del mondo accademico. Ci sono aspetti come quello della diversità o dell’impronta ecologica che sono passati dall’essere un compitino da dover fare a ricoprire un ruolo di primo piano nella conversazione.

Rosa Rogina Poliform© Agnese Sanvito

Poliform, Ph Agnese Sanvito

Certamente. E il movimento New London Fabulous, di cui fanno parte nomi del calibro di Camille Walala e Yinka Ilori, sta cambiando il volto della città attraverso il suo interessante uso del colore. Vedremo qualche influenza di questo anche nel prossimo LFA?

Ovviamente il colore è un ottimo espediente per catturare l’attenzione del pubblico, e anche noi con il LFA commissioniamo molti elementi caratterizzati dal colore; penso che sia geniale farlo nello spazio pubblico, perché attraverso il colore si può guidare la consapevolezza del pubblico e curarne l’esperienza, da un certo punto di vista. Quindi inevitabilmente sì, il colore sarà presente al LFA, soprattutto perché le installazioni temporanee ci consentono di utilizzare elementi estremamente audaci per spingerci oltre i limiti in modi che altrimenti sarebbero difficilmente realizzabili.  Indubbiamente il colore è una buona idea, ma chiunque faccia uso del colore deve essere consapevole del potere e delle possibilità che questo strumento porta con sé. Si tratta di accogliere e dare potere a comunità diverse, e quindi anche il colore deve cambiare per rispecchiare questo cambiamento nel modo giusto. Un altro elemento che apprezzo di questo movimento è il fatto che riesce a spingere i designer a trovare modi più positivi di esprimersi in pubblico. Credo che al momento la sfida sia capire come continuare a coinvolgere nuove persone ed evitare che circolino sempre gli stessi pochi nomi. 

Un’ultima domanda. Da giovane architetto europeo, che cosa auspichi di vedere, non solo nella prossima edizione del festival, ma anche sulla scena dell’architettura londinese in generale, nel prossimo futuro?

Spero che potremo continuare a vedere che si dà spazio a tutti, e soprattutto a chi forse prima si sentiva escluso da questo settore, coinvolgendo un gruppo molto più ampio di persone e spezzando il pregiudizio secondo cui solo gli esperti possono discutere in maniera costruttiva e importante di architettura. Questa speranza viene anche dalle mie origini. Spesso sento i miei colleghi nel mio paese, in Croazia, commentare “Oh, come mi piacerebbe poter fare questa cosa”.  Mi sembra che tutti abbiano grandi sogni, ma che nessuno osi provare veramente a realizzarli. Se qualcuno dieci anni fa mi avesse detto che un giorno avrei diretto il LFA, non ci avrei mai creduto, eppure eccomi qui, e spero che questo possa essere un messaggio di inclusione e di empowerment.  

G_1_Rosa Rogina_Algae Meadow © Luke O'Donovan

Algae Meadow, Ph Luke O'Donovan

G_2_Rosa Rogina_Gaggenau© Agnese Sanvito

Gaggenau, Ph Agnese Sanvito

G_3_Rosa Rogina_Halcyon© Agnese Sanvito

Halcyon, Ph Agnese Sanvito

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London Festival of Architecture (LFA) and Architecture LGBT+ Installation

G_5_Rosa Rogina_Monuments to Mingling  © Agnese Sanvito

Monuments to Mingling, Ph Agnese Sanvito

G_6_Rosa Rogina_The Friendly Blob© Agnese Sanvito

The Friendly Blob, Ph Agnese Sanvito

G_7_Rosa Rogina_Windflower Sep  © Luke O'Donovan

Windflower Sep, Ph Luke O'Donovan

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30 novembre 2021