Denis Curti racconta Efrem Raimondi

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Catalogo Campeggi, 2007

Una conversazione con Denis Curti, direttore del Master in Fotografia di Raffles Milano e curatore della prossima mostra “Quintessenze”, dedicata al lavoro di Efrem Raimondi

Raffles Milano Istituto Moda e Design ha partecipato alla Design Week milanese con alcune esposizioni e un programma di conferenze aperte, in collaborazione con Leica Akademie Italy e Blue Note. E presso Blue Note viene presentata 'Quintessenze': una mostra di ritratti dei grandi designer milanesi, colti dall’obiettivo di Efrem Raimondi (1958-2021), fotografo e docente recentemente scomparso. La mostra è curata da Denis Curti, direttore del Master in Fotografia di Raffles Milano.

Cominciamo da un ricordo di Efrem Raimondi.
Efrem insegnava fotografia nella mia scuola, la Raffles. Gli abbiamo dedicato la sala posa con il suo nome perché lui era davvero molto amato dagli studenti, gli piaceva molto insegnare.
In che modo avete partecipato alle iniziative legate alla settimana del “supersalone”?
Nella mostra alla galleria Still c'è una parete dedicata a Efrem con tutte le foto che lui aveva scattato per Interni. Abbiamo fatto una mostra che si intitola "Fotografare l'arte" radunando una dozzina di fotografi che hanno contribuito a fotografare l'arte e che quindi hanno lavorato con gli artisti. In questa mostra c'è anche Efrem e ciò è accaduto naturalmente perché io avevo un rapporto veramente speciale con lui, entrando nel merito della vicenda. Quando ero direttore generale dell'agenzia fotografica Contrasto, Efrem era uno dei nostri fotografi. Come direttore avevo il compito di coordinare le varie produzioni dei nostri autori e, naturalmente, lavoravo con tutti con grande piacere e particolarmente con Efrem. Adesso lui è mancato in modo così repentino quando avevamo ancora un sacco di cose da dirci.
Quali erano le sue cifre espressive?
Ci sono due cose che mi hanno sempre molto colpito del lavoro di Efrem: la prima era che lui non credeva nella fisiognomica e questo è un fatto abbastanza interessante perché, quando le persone si vedono ritratte, difficilmente si piacciono. Devi avere occhio e portarlo a una forte capacità di astrazione perché naturalmente conosci tutti i tuoi difetti e un bravo fotografo paradossalmente poi questi difetti te li fa vedere meglio. Non è che te li fa vedere di più ma te li fa vedere meglio. Lui invece sosteneva che la fisiognomica non esistesse, da cui il suo approccio nei confronti del ritratto. In questa mostra abbiamo scelto dei ritratti che ha fatto ai grandi designer milanesi. Questa cosa di Efrem dell'assenza della fisiognomica era incredibile perché per lui - come ha detto e scritto più volte - fotografare Pupo o Renzo Piano non dava alcuna differenza di approccio nel senso che era convinto - e io sono abbastanza come lui - che stare davanti alla macchina fotografica è come stare al cimitero: siamo tutti uguali. Questo è, se vuoi, anche la forza del processo di democratizzazione intellettuale che fa la fotografia. Lui era un ritrattista anche se poi ha fatto delle cose anche per il design era un tema che gli interessava moltissimo. In secondo luogo, posso dire che lui era un fotografo militante per cui ci metteva lo stesso impegno, lo stesso tempo, la stessa energia quando andava a fotografare Vasco Rossi (con il quale aveva un rapporto speciale), Valentino Rossi o chiunque altro. Questo a me è sempre piaciuto perché quando lavoravamo insieme, come si usava dire una volta, "portava sempre a casa il servizio" e tu eri sicuro che lui ci mettesse esattamente lo stesso spirito e la stessa potenza espressiva anche se le persone erano meno importanti. Questa galleria di ritratti in qualche modo lo conferma. È stato l'ultimo punk della fotografia. Lui era un punk vero. Lo era stato da giovane ma lo è rimasto sempre nella vita perché in lui c'era questa dimensione per cui la fotografia gli stava addosso, non era un "mestiere". Forse per questo certe prese di posizione, certe arrabbiature gli hanno fatto anche male, ma accadevano proprio perché aveva un approccio con la fotografia quasi fisico. Questo lo differenziava da molti altri colleghi nel senso che, come scrivo nel testo che accompagna la mostra, per Efrem Raimondi la fotografia è sempre stata l'occasione per fare piccole e a volte grandi rivoluzioni perché davvero ogni volta lui ci metteva dentro tutto sé stesso. Convinto assertore del profilo democratico delle immagini, Efrem si metteva a disposizione degli altri per registrare quei magici momenti di introspezione che andavano con naturalezza a collegarsi, a collocarsi dentro tantissime storie private. Perché lui era un grande fotografo e perché diceva che la fisiognomica non esiste? Perché le sue fotografie avresti potuto metterle dentro il tuo album di famiglia. Scianna dice sempre che l'aspirazione più alta di una fotografia non è quella di poter finire sulle prime pagine del New York Times bensì in un album di famiglia, perché vuol dire che contiene tutti gli ingredienti che hanno a che fare con la riconoscibilità. Ho appena curato una mostra a Milano, al Museo Diocesano, dedicata a Lartigue, un autore che Efrem amava moltissimo. La cosa che lo colpiva è che ha fatto 200 album di famiglia, un numero che appare colossale - se ci pensi - in un momento in cui gli album di famiglia non esistono più e sono stati sostituiti dai telefoni. La caratteristica delle immagini di Efrem è che potrebbero stare su un giornale come dentro un album di famiglia, anche se non sono mai delle fototessere e hanno invece una certa dimensione.
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Achille Castiglioni, 1992

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Alessandro Mendini, 1991

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Calendario Baleri Italia, 1994

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Enzo Mari, 2016

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Racconta qualche aneddoto sull'Efrem Raimondi "punk".
Lui aveva un blog e dedicava moltissimo tempo anche al confronto e all'insegnamento. Posso dirti che lui era un punk un po' sciamano, uno sciamano contemporaneo che aveva un seguito di tante persone grazie alle sue idee sulla fotografia. Per esempio, per dirti della sua disponibilità, quando Toni Thorimbert decide di fare un libro su Vasco chiama Efrem perché capisce una cosa che era evidentissima ma che nessuno vedeva: ossia che Efrem aveva fatto delle foto a Vasco che erano diverse. Questo libro lo intitolano "Tabula Rasa" che è un concetto bellissimo e insieme presuntuoso ma chissenefrega, viva la presunzione! Fanno un libro meraviglioso insieme, mettondosi lì tutte e due a ragionare per cui questo libro ha tutte le foto mischiate e ancora una volta è la riprova, è la dimostrazione di quella che era la vera idea di fotografia di Efrem.
È una mostra in qualche modo antologica che vuole, purtroppo, fare il punto su un'esperienza artistica?
No. Io ho messo quattro foto da me in galleria e mettiamo altre venti foto al Blue Note però ce ne vorrebbero 100. Inoltre, lui lavorava molto per dittici e tutta questa parte non c'è in mostra. Questa è una mostra che noi facciamo per tanti motivi, il primo dei quali è ricordarlo, e la facciamo perché c'è il Salone del Mobile.Milano. Crediamo che lui davvero sia stato un testimone importante di questo mondo del design, perciò, è una giusta collocazione. La facciamo con Raffles perché lui era un insegnante molto amato degli studenti della scuola; la facciamo al Blue Note perché siamo convinti di voler portare un contributo artistico anche fuori dai soliti canoni. Poi lavoreremo per fare una mostra importante. Non so dove né come sarà però no, l'antologica deve ancora arrivare.
A proposito di "antologica", come si immagina l'antologica di un punk che sembra quasi un controsenso o comunque qualcosa da studiare bene affinché non museifichi e ingessi il personaggio?
Lui prima di venire a Contrasto stava da Grazia Neri che era il nostro concorrente e aveva fatto una mostra dedicata a Vasco Rossi in galleria, in via Maroncelli. La sera dell'inaugurazione, la strada era bloccata - non so se per Vasco o per Efrem. Le foto, come si dice in gergo, erano state inchiavardate per evitare i furti. Beh, ne rubarono una e la notizia finì su tutti i giornali. Quando rubarono quella fotografia Efrem era contentissimo. Ecco, io credo che per un punk come lui dovremmo proprio pensare a delle installazioni davvero speciali. Per esempio, lui - lo dico ridendo - era uno che parlava a dismisura, era un chiacchierone infinito e per fortuna ci sono molte registrazioni e molti video con lui. Mi piacerà esporre delle immagini ma mi piacerebbe soprattutto che ancora lui potesse raccontarti le sue idee sulla fotografia, di come era poco interessato alla foto sotto cornice. Certo, era interessato al mercato del collezionismo e vendeva le sue foto ma non era quello il fulcro del suo lavoro. È una bella domanda: ci stiamo ragionando e cercheremo di dare una risposta.
Ci sono delle cose specifiche riguardo alla curatela e all'allestimento della mostra al Blue Note?
C'è questo corridoio d'ingresso che ci sembrava una galleria naturale e che noi abbiamo sfruttato mettendoci immagini non preziosissime ma fedeli allo spirito che piaceva a Efrem. Per esempio, gli piaceva tantissimo stampare in blue back, quasi in materiale a perdere, soprattutto in questi dittici. Aveva questo senso fisico della fotografia. Abbiamo fatto una galleria di ritratti di personaggi fortemente legati alla città di Milano. Lui viveva a Busto Arsizio ma di fatto era un milanese a tutto tondo; era una città che lui amava e frequentava moltissimo. La mostra è bella, elegante, raffinata senza essere, come dire, una gioielleria. Ecco, il senso che non volevamo dare era proprio quello di gioielleria della fotografia.
Da fotografo "immediato", qual era il rapporto di Raimondi con il tempo presente?
Secondo me queste fotografie e il ragionamento che abbiamo fatto sulla democratizzazione della foto e delle immagini, sull'idea dell'album di famiglia, su questa fotografia apparentemente facile che in realtà mostra una complessità notevole sono l'occasione per fare un ragionamento sulle produzioni contemporanee e sul fatto che oggi siamo tutti fotografi. Questo non infastidiva affatto Efrem, non ne soffriva la "sleale concorrenza" - ammesso sia sleale: io penso ci sia posto per tutti. Lui condivideva con Giovanni Gastel, guarda caso, la convinzione che la fotografia stia vivendo un nuovo rinascimento. Questa mostra vuole affermare che Efrem Raimondi era una parte importante di questo rinascimento. Non era un fotografo arroccato sulle proprie posizioni che faceva battaglie di retroguardia per questo "finto professionismo". No, lui si metteva in gioco ed era capace di esaltarsi nel momento in cui trovava un giovane o una giovanissima fotografa particolarmente brava. Ne era contento, godeva di questo.
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Monografia "Ritratti" per Cassina, 1994

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Ettore Sottsass, 1987

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Interni, 2016

 

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Interni, 1991

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Monografia "Nobody 's perfect" per Zerodisegno, 2002

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Anche per i suoi soggetti, Efrem Raimondi ha contribuito a definire l'iconologia dello star system italiano. Conoscendo il ruolo che il ritratto ha da sempre giocato a supporto del potere, secondo te esiste una differenza in termini formali nel modo in cui lui fotografava queste star italiane rispetto al modo in cui vengono rappresentati i correlativi americani o comunque internazionali? C'era uno specifico in questo senso che gli interessava o era una cosa che non vedeva?
Faccio un passo indietro: io sono convinto che la fotografia sia un'arte scenica - a parte la fotografia digitale che si può comporre di tanti elementi che non sono presenti nella scena ma sono invece dei file, però non capisco perché allora dovremmo chiamarla "fotografia". Tu hai un fotografo come David LaChapelle che, per scattare un'immagine, è capace di metterci una settimana perché ricostruisce tutto. Prima rende stagno il suo studio, poi lo allaga, poi ci mette dentro i relitti di una nave, un'auto scassata, un'insegna di un benzinaio, 32 comparse nude fotografate contemporaneamente... ci metti per forza una settimana. Poi ci sono fotografi come Efrem che si mettono di fianco al soggetto. Credo che il suo vero punto di riferimento fosse Avedon, in particolare il suo lavoro chiamato "Workers" dove non c'è nulla di scenico, niente tranne la potenza dell'immagine. La capacità e la forza di Efrem era quella di fare delle foto con niente, pur riconoscendo alla fotografia di essere un’arte scenica. Non faceva mai posare i suoi soggetti. Mi raccontava che, quando è andato a fotografare Vasco Rossi la prima volta, la prima cosa che Vasco gli ha detto è stato "io odio farmi fotografare". Lui allora ha messo via la macchina e hanno passato del tempo insieme. Per fortuna erano in America dove Vasco non è famoso e quindi, siccome non lo conosceva nessuno, non doveva comportarsi come una star. Andavano al ristorante, camminavano per strada e gradualmente, spontaneamente la situazione si è fatta favorevole allo scatto. "Tu fai quello che devi fare e io ti racconto": ecco, questo era un po' il suo metodo, l'assenza del pregiudizio sulla fisiognomica. È incredibile come Vasco abbia poi deciso di usare delle foto dove non si vede neanche in faccia, dove vedi i suoi stivali, i suoi pantaloni ma lo riconosci dall'iconografia e dici "quello è Vasco".
15 settembre 2021