Luca Guadagnino racconta la sua passione per l’architettura
Dopo i lunghi applausi del Leone d’Argento vinto a Venezia, il regista candidato al Premio Oscar Luca Guadagnino racconta l’altra sua professione, meno conosciuta, quella di interior designer, nata sei anni fa con lo Studio che porta il suo nome e un pubblico debutto in occasione del Salone del Mobile di Milano
Sono entrato nel mondo dell’interior design e dell’interior architecture abbastanza tardi, ma con gli architetti con cui lavoro abbiamo maturato un’idea molto personale. Ovvero come lo spazio condizioni o si crei intorno ai nostri comportamenti: il segno dello spazio diventa l’inizio di tutto e da quel principio poi parte una sorta di imperativo del tempo. Non pensiamo solo agli spazi in base all’esigenza specifica dell’utilizzo, che sia un cliente privato o che sia un brand. Ma contemporaneamente, c’è un ragionamento costante sul mutare di quello spazio nel corso della giornata e nel corso delle stagioni. Spesso ci poniamo proprio la domanda: cosa diventa questo spazio in inverno, o in estate. Mi piace pensare che la pratica che facciamo sia molto sensoriale basata sull’esperienza fisica dello stare in quel luogo durante un dato tempo.
È basata sulla luminosità, lo spazio per me deve essere molto illuminato, non artificialmente ma dalla luce naturale. Cerco sempre la luce e se non lo faccio, se vado al contrario, come è successo qualche anno fa quando ho vissuto per un periodo in una piccola casa molto buia, era più che altro perché avevo bisogno di rinchiudermi e di affrontare una meditazione anche austera rispetto al mio istinto che invece va verso grandi spazi illuminati. Questo si somma in più ad un’altra caratteristica che mi corrisponde, cioè la comodità. Purtroppo mi piace essere comodo.
È fondamentale parlare con un cliente, davvero importante è ascoltare ciò che un cliente sa di se stesso o di se stessa o non sa. Secondo me nella pratica la conversazione deve essere profonda, discreta ma anche un po' indiscreta.
Diciamo che parlare ti permette di capire meglio la persona che si ha di fronte e di capire nel detto e nel non detto ciò che da un punto di vista quel cliente desidera davvero. Questo percorso è stato così praticamente con tutti i nostri clienti. Faccio un esempio, noi abbiamo lavorato con il marchio Aesop realizzando anche due negozi di cui siamo molto orgogliosi: uno a Roma e l’altro a Londra.
Nella conversazione, Dennis Paphitis, fondatore di Aesop, ci ha mandato una piccola clip di Maria Callas che veniva applaudita nel foyer del teatro dell’Opera di Roma, invece su Londra ci ha inviato una immagine della Londra degli anni Sessanta e io rilanciai portando sul tavolo della conversazione con gli architetti la contro cultura londinese tardo sessanta - inizio settanta e tutti i movimenti di liberazione omosessuale che venivano successivamente in America, da questo ragionare sono usciti fuori due negozi.
Qualcuno, dopo aver visto le case finite, ha detto “come fai a conoscermi così bene?” e questo ci porta ad un’ultima considerazione. Lo studio Luca Guadagnino non ha la pretesa di volere portare in maniera rigorosa e anche, se vogliamo, oppressiva un’idea precostituita di luogo, di spazio, che si applica a qualsiasi forma di cliente, come potrebbe essere il lavoro con qualche grande architetto o decoratore di interni. L’importante, questo è l’unico bridge tra me regista cineasta e interior design e architetto, è sempre la storia che racconti.
Nel caso specifico la storia non è tanto la storia quanto la persona che abita lo spazio, tutto varia a secondo di quello che vuole il cliente.
Il dettaglio è la vita, oppure, come si dice, è il diavolo. o entrambi. Ed è meraviglioso vedere intanto come si può controllare un dettaglio, in quel dettaglio quante cose possono uscir fuori, e dall’altro quanti dettagli arrivano in maniera inconsapevole.
Sicuramente le persone con cui lavoro sono preziosissime, hanno una saggezza e una preparazione incredibile sull’estetica e di pensiero sul design, tutti i giovani architetti che ho conosciuto nel corso del tempo hanno dato un contributo che non è semplicemente materiale, ma di pensiero. Poi credo che l’estetica vada impratichita, certe cose che si amano vanno dimenticate e poi magari incontrandole, vanno ripensate in un’altra chiave. L’importante è essere sempre di fronte a una capacità di dialettica e di ascolto molto forte ed essere aperti a una forma di contaminazione del pensiero.