Paola Antonelli “Aprirsi, espandersi e immaginare il futuro”

Paola Antonelli

Il Salone, il design oltre il mobile, le nuove generazioni, la fluidità: parla Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design e di Ricerca e Sviluppo del MoMA.

E se la pandemia fosse una buona ragione per capire come il Salone del Mobile.Milano vede se stesso e il proprio futuro? Un tentativo per provare a essere più sferico, più a largo raggio? Un modo per espandersi, aprirsi e immaginare il proprio futuro?”.

Tra un’intervista e una registrazione di un podcast, tra una mail da ultimare e una fitta agenda di altri impegni incastrati alla perfezione, se lo chiede, in collegamento da New York, Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design e di Ricerca e Sviluppo del MoMA, istituzione d’avanguardia dove l’architetto ha iniziato a lavorare nel ’94 rispondendo a un annuncio sul giornale.

Tra le 100 persone più importanti nel mondo dell’arte secondo Art Review e grande utopista – il Time l’ha inserita tra i 25 più grandi visionari in Style e Design insieme a Miuccia Prada, Tom Ford, Norman Foster, Philippe Starck – da 30 anni vive e lavora negli Stati Uniti, dopo aver studiato al Politecnico di Milano.

Quello che è successo quest’anno è una sorta di repulisti. Un tentativo per ricentrare tutte le questioni. È stato tutto molto difficile, molte istituzioni hanno dovuto riprogrammare le attività, hanno perso soldi di iscrizioni o visite turistiche. In tanti hanno dovuto stringere e ripensare a cosa vale davvero la pena fare, con il vantaggio e/o lo svantaggio di non stare più insieme ma di spostarsi sul digitale. Il plus è che quando sei online, puoi raggiungere persone anche all’altro capo del mondo. Ma il minus c’è, soprattutto quando si parla di design: c’è bisogno di una esperienza più diretta e immersiva, troppi eventi online lasciano alla fine distratti e sopraffatti.

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Mustafa Faruki of theLab-lab for architecture. Intake Facility for an Anonymous Client. 2018-ongoing. Courtesy the artist

Ricominciare: come rimettere a fuoco il Salone del Mobile.Milano?

Penso che questa sia una buona occasione per il Salone per capire quale sarà il suo futuro. Il panorama del design va ben oltre i mobili, certo sono ancora una delle parti più importanti del design e l’Italia ha una storia a riguardo che non va tralasciata in nessun modo. Ma sarebbe importante che il Salone si aprisse ad altre forme di design, diventasse una settimana del design e non soltanto un Salone del Mobile. È una questione molto urgente e questa crisi può essere una grande opportunità.

Imprenditori e aziende non ce ne vogliano, non solo il mobile, ma tutto quello che ci sta intorno: il ruolo politico, sociale e ambientale di un oggetto.

Per me tutto il design è politico e sociale. Certo, parlo anche del design della visualizzazione, dei videogiochi, di architettura. Comprendo tutte le forme di design, di interfaccia grafica, di comunicazione e dei risvolti politici e sociali. In questo il Salone ha a che fare con il mantenere nella discussione la città di Milano, cosa che viene persa quando si affrontano tutti questi diversi tipi di design.

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Alex Goad, MARS, 2013. Courtesy Triennale di Milano, Broken Nature. Photo: Gianluca di Ioia

Per molti, il "supersalone" è l’occasione per mostrare che le aziende stanno bene.

Non metto in dubbio che non vedano l’ora di riprendersi un territorio lasciato libero, non so cosa voglia dire perdere un anno intero per via della pandemia. L’importante è che gli organizzatori, il Comune di Milano, chi fa accadere il Salone, tutti pensino a un futuro che non sia soltanto il mobile.

Dopo qualche mese dalla chiusura della mostra in Triennale Broken Nature – Design takes on human survival, è iniziata una pandemia che in certo senso ha mostrato proprio alcuni degli effetti del rapporto uomo e ambiente. Cosa il design ha capito da questa situazione?

Il design ha imparato come avere una ingegnosità istantanea e ritrovare una generosità andata perduta. In realtà, i designer sono sempre molto generosi, e ultimamente lo sono stati anche di più. Poi per certo abbiamo appreso che non c’è bisogno di piattaforme di grandi aziende e grandi studi.

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Julia Lohmann, Oki Naganode, 2013. Courtesy Triennale di Milano, Broken Nature. Photo: Gianluca di Ioia

Com’era quella cosa che ogni crisi nasconde anche un’opportunità?

Sarebbe troppo romantico e semplicistico, ogni volta che c’è una situazione di crisi, dire è un buon momento perché si chiariscono gli obiettivi. Sì, è un buon momento per fare il punto della situazione, ci sono tantissimi designer che hanno problemi di lavoro e non sanno come pagare l’affitto. Non voglio ridurre e far finta che la cosa non esista, però ci sono designer che hanno riorientato la propria pratica durante la pandemia e che non torneranno indietro di 180 gradi rispetto a quando è iniziata. In tanti manterranno un nuovo modo di produrre, sto pensando, ad esempio, a designer di moda belgi che si sono messi a fare l’equipaggiamento protettivo per infermieri e dottori e che non perderanno interesse per un mercato e un panorama diversi.

Un anno fa, su Instagram, ha creato insieme alla critica Alice Rawsthorn la pagina Design.emergency per esplorare il ruolo del design nella costruzione di un futuro migliore. Interviste, progetti, dirette.

Penso che sia un buon momento per i designer, certo non lo è per l’economia e per il mercato del lavoro, ma dal punto di vista intellettuale e dell’immaginazione del futuro è davvero una situazione feconda.

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Alexander Groves and Azusa Murakami of Studio Swine, Can City Stools, 2013. Courtesy the artists

In molti hanno detto che se c’è una cosa che la pandemia ha fatto emergere è il sistema capitalistico che, a questo punto, va completamente rivisto.

Il cambiamento era già in atto prima, anche se il virus ha dato una spinta di accelerazione. Cooking section, FormaFantasma, David Benjamin, Mass Design Group, ne sto menzionando solo alcuni, esistevano già da prima. Le nuove generazioni hanno molto più spirito collettivo e pensano al miglioramento delle condizioni, non soltanto di altri esseri umani della società ma anche di altre specie.

C’è più design di prima?

Sì, ma era una trasformazione già in moto e lo dico con orgoglio e soddisfazione. Sarebbe triste se solo una crisi potesse far cambiare il mondo. Poi c’è da dire che il capitalismo non è sempre perfido, per attrarre azionisti e investitori puoi dichiarare che quello che farai in una certa percentuale sarà a beneficio della società, ci sono poi tanti strumenti per modulare il capitalismo in rapporto con lo stato sociale. Ci sono sfumature tra il socialismo e il capitalismo più bieco. Questo senso di fluidità tra i poli è una questione che vedo più generazionale, appartiene più alle nuove generazioni che a quelle vecchie che sono fossilizzate e diametralmente opposte.

Nel 1951, Elio Vittorini propose a Einaudi, per una collana di narrativa, il nome Gettoni. «Propongo questo titolo per i molti sensi che la parola può avere: gettone per il telefono (e cioè di chiave per comunicare), gettone per il gioco, e infine come germoglio». A chi affiderebbe il gettone di questa intervista, per proseguire la chiacchierata?

A me piacerebbe parlare con Beppe Sala del futuro del Salone del Mobile, vorrei che raccontasse come vede questa settimana che è così importante per Milano e per il mondo.

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Images of Change, Three Gorges Dam, central China, 1993-2016. Courtesy NASA

14 luglio 2021