Villa Necchi Campiglio, una storia di rivoluzione e restaurazione

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Exterior, detail. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

È uno dei luoghi più iconici e fotografati di Milano e al contempo tiene una posizione defilata, segreta, nascosta da un parco in mezzo al quadrilatero liberty e déco di Via Mozart.

Villa Necchi Campiglio, che dal 2001 è diventata bene FAI aperto al pubblico in seguito a donazione da parte dell'ultima erede della famiglia titolare, fu completata nel 1935 su progetto di Piero Portaluppi. La leggenda, simile alle narrazioni fondative di basiliche e santuari, narra che fu concepita in seguito a una visione: persa nella nebbia, dopo uno spettacolo alla Scala, nell'allora periferia milanese, la coppia di capitani d'industria e bon vivant Angelo Campiglio e Gigina Necchi immaginò una villa in città che sembrasse una residenza di campagna adocchiando un terreno libero in un'area appena toccata da un boom edilizio - poco antecedente è il dirimpettaio Palazzo Fidia di Aldo Andreani. Per gli industriali pavesi affidarsi a Portaluppi significava scegliere uno dei più avveniristici ed eclettici architetti razionalisti sulla piazza. Portaluppi porta i suoi segni come le losanghe geometriche, il soffitto zodiacale nella sala da pranzo e la finestra a forma di stella, la sua fiducia futurista nella tecnologia (i materiali industriali, l'elettricità, la piscina riscaldata) e una rottura radicale con le forme canoniche del lusso altoborghese meneghino, ancora legato a un immaginario sette-ottocentesco. Da qui gli spazi minimali segnati da forme insolite (il camino elettrico a forma di parallelepipedo allungato) e una divisione interna sotto il doppio impulso della ricerca di un’armonia simmetrica nella disposizione degli appartamenti nel piano nobile ma non, per esempio, nelle facciate esterne e della massima apertura alla luce naturale. L'ambiente più celebre e affascinante è la veranda-serra, concepita come un salotto verde con le piante installate in mezzo ai doppi vetri. Una sfumatura di verde aggiuntiva è data del bronzo del "Puro folle (Parsifal)", capolavoro di Adolfo Wildt, una summa del misticismo wagneriano e delle forme aliene dello scultore.

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Hall. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014­ – FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

Le donazioni al FAI delle collezioni de' Micheli, Sforni e Gian Ferrari hanno trasformato Villa Necchi Campiglio in una casa museo stratificata. La collezione de' Micheli è diventata un salotto settecentesco a damaschi gialli con dominante veneziana (opere di Canaletto, Guardi e Rosalba Carriera); il lascito Sforni è una raccolta notevolissima di opere su carta (Picasso, Fontana, Sironi, Modigliani tra gli altri) installata in modo suggestivo tra un bagno e una camera da letto per gli ospiti. È tuttavia la raccolta assemblata da un personaggio eclettico e geniale come la gallerista Claudia Gian Ferrari a fornire i pezzi più importanti come la grande tela "La famiglia del pastore" di Mario Sironi e "L'amante morta" di Alfredo Martini che accolgono i visitatori nell'atrio, oltre a dipinti di De Chirico, De Pisis, Casorati e il "Puro folle" già citato.

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Veranda. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

L'inserimento di opere d'arte di provenienza alloctona non è la prima trasformazione affrontata dalla villa secondo Piero Portaluppi e quindi neppure il primo "tradimento" se l'architetto l'aveva concepita come opera d'arte totale e inscindibile disegnandone i minimi dettagli, fino ai servizi di piatti - e la tazzine griffate con la C di Campiglio in forma secessionista - e le coperture dei caloriferi, giungendo a una sintesi completamente personale di elementi derivati dal razionalismo, dal déco, dalla secessione viennese per farne una possibile risposta a Palazzo Stoclet a Bruxelles, capolavoro di Josef Hoffmann. Perché la storia della villa è - anche - una storia di rivoluzione e restaurazione che si intreccia alla storia famigliare dei Necchi Campiglio: a partire dal 1938, pochi anni dopo il completamento dei lavori, i proprietari si rivolgono a un altro grande architetto, al contrario capofila del neotradizionalismo, il favorito dall'alta società milanese Tommaso Buzzi, per una controriforma, per correggere e normalizzare gradualmente gli interni e smussare gli angoli, in senso tanto letterale quanto figurato. Le forme razionali e i vuoti di Portaluppi vengono coperti dall'ispirazione neorinascimentale di Buzzi.

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Veranda. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

Emblematica è la trasformazione del camino, che è un ritorno alla forma classica dello stesso. Così le pareti si coprono di arazzi e l'arredamento riprende le forme canoniche del salotto lombardo, i suoi pieni. Il risultato è un ibrido che, attraverso l'estetica, racconta le pulsioni ideologiche contrastanti della borghesia lombarda. Anche per questo la villa è diventata il set naturale per "Io sono l'amore", film di un regista molto attento a far parlare gli arredi come Luca Guadagnino.

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Bathroom. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – ­FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Library. Photo/s: Gabriele Basilico, 2016 – FAI Fondo per l'Ambiente Italiano

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Entrance. Photo/s: Giorgio Majno – FAI Fondo Ambiente Italiano

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Villa Necchi Campiglio, Milan. Fireplace designed by Portaluppi. Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – FAI Fondo Ambiente Italiano

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Villa Necchi Campiglio, Milan Photo/s: Arenaimmagini.it, 2014 – FAI Fondo Ambiente Italiano

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29 novembre 2021