NOA*, il volto nuovo dell’hospitality

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Courtesy Alex Filz

Mai ripetitivo e sempre in ascolto del territorio, lo studio altoatesino fa di ogni progetto di hotellerie un’occasione per cucire addosso agli spazi una storia che privilegia ricchezza emozionale, contatto con la natura e intimità.

Il DNA reticolare di NOA* – acronimo di Network of Architecture – spiega molto della natura e del percorso di crescita che in pochissimi anni ha fatto dello studio di architettura altoatesino un ideatore di soluzioni alberghiere originali, spesso interpretate come tendenze di settore.

Fondato da Lukas Runngger e Stefan Rier dopo un incontro nello studio di Matteo Thun a Milano, NOA* sembra arricchirsi come un rizoma dei luoghi e degli incontri che si susseguono sul suo cammino. Di progetti emblematici e tendenze dei prossimi anni abbiamo parlato con Andreas Profanter, partner dello studio con sede a Bolzano e antenna a Berlino.

La vostra visione progettuale si basa sul concetto di “emergence”. Cosa significa e come l’applicate ai vostri progetti?
Il nostro studio è strutturato per fornire soluzioni a 360 gradi: non ci occupiamo solo di architettura ma anche di interni, e questo perché oggi la cosa più importante nell’hospitality è quella di coinvolgere l’ospite raccontandogli delle storie che, come un filo rosso, guidano le persone dall’edificio fino agli interni. L’albergo non è solo il posto dove vado in vacanza, ma è diventato anche la destinazione che scelgo perché grazie all’architettura e all’interior design posso vivere un’esperienza diversa.
Un esempio?
Lo Zallinger, a quota 2200 vicino all’Alpe di Siusi. Inizialmente pensavamo di costruire delle camere come ampliamenti della struttura già esistente, ma dopo il primo sopralluogo abbiamo abbandonato l’idea dell’estensione in un unico volume, optando invece per tanti chalet. Per arrivare nella casa principale dove vengono serviti i pasti, l’ospite deve uscire dalla sua camera e fare – l’inverno con la neve – i suoi 200 metri immerso nello spazio circostante: una sfida all’idea di comfort, ma allo stesso tempo anche un’avventura che rende il soggiorno più forte e più speciale.
I grandi progetti di hotellerie sono spesso ambienti globali, molto legati alle specifiche di un brand, dove sparisce la dimensione locale.
Già anni fa abbiamo preso una decisione molto importante: quella di non ripetere mai le nostre architetture o i nostri concetti. Questo perché sebbene i progetti si possano anche assomigliare, nel campo dell’hospitality la ripetizione tende ad appiattire le soluzioni.
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Zallinger Courtesy Alex Filz

È quello che intendente quando parlate di “indagine contro la noia in architettura”?
È un po’ il desiderio di creare dei progetti che creano una sensazione di inedito, di non visto. L’architettura non è mai solo l’edificio ma anche le emozioni che sa sollecitare. Creando dei progetti l’uno diverso dall’altro possiamo dare vita ad emozioni ispirate dalle caratteristiche del posto, o alle storie di cui il committente è depositario. C’è un albergo che abbiamo inaugurato da poco che risponde a questo approccio. Per il Floris, il vero punto di forza è rappresentato dal parco preesistente, con i suoi alberi centenari e il suo lago. Per questo abbiamo deciso di edificare il meno possibile la superficie verde e usare la sopraelevazione come un’opportunità per vivere e dormire in mezzo alla natura.
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Floris Courtesy Alex Filz

Per l’hotel Gfell, ricavato dalla ristrutturazione di un vecchio fienile, avete optato per una costruzione ipogea. Come reagiscono gli ospiti quando si confrontano con tipologia così imprevista?
L’opportunità di vivere in una zona privata che non ha niente a che spartire con ciò che succede ai piani superiori viene molto apprezzata. Noi volevamo separare gli spazi collettivi da quelli del pernottamento: essendo in pendenza, il territorio si è prestato a creare sotto la zona pubblica una zona privata che ha anche il vantaggio di regalare una vista strepitosa verso un paesaggio incontaminato. Dormire nell’interrato diventa così l’opzione più bella di tutta la struttura.
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Gfell Courtesy Alex Filz

Il dialogo con la natura è centrale nei vostri progetti di hospitality. Credete che la pandemia abbia enfatizzato questa necessità di contatto con il mondo naturale? Come vedete più in generale il futuro dell’hospitality per i prossimi anni?
Oggi le persone cercano un contatto più rarefatto con gli altri, ma penso che l’hospitality non cambierà come tipologia in sé perché continueremo naturalmente ad andare in vacanza nei luoghi progettati secondo i criteri del pre-pandemia. Quello che resterà è il desiderio di soggiornare in strutture non troppo grandi: una tendenza che registriamo in Alto Adige dove il progetto è sempre più calato su strutture contenute, che non premiano l’espansione ma il recupero di quello che c’è già.
C’è una specificità altoatesina che influenza il vostro lavoro?
La presenza della natura e delle montagne sono fattori che influiscono sull’architettura e sulle sue tipologie costruttive. Bisogna però stare attenti a non fermarsi. Per questo abbiamo aperto uno studio a Berlino e ne stiamo creando uno a Milano: non vogliamo trovarci nella situazione di non vedere altre cose, altri luoghi che possono sollecitare nuove idee architettoniche.
Una nuova ricerca contro la noia?
Non ci avevo pensato in questi termini. Ma effettivamente non posso che dire di sì.
5 agosto 2021