La tradizione del nuovo, raccontata da Marco Sammicheli

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La Tradizione del Nuovo, Padiglione Italia, XXIII Triennale. Ph. dsl studio

Il curatore del Padiglione Italia alla 23a Esposizione Internazionale di Triennale Milano, spiega perché la spinta all’esplorazione è sempre stata il motore del design italiano fin dagli anni ‘60, lo strumento per progettisti e industrie per “aggredire la contemporaneità”

La XXIII Triennale, con il tema Unknown Unknowns, vuole riportare ingredienti antichi, oggi forse smarriti, nella ricetta di come pensiamo allo sconosciuto: e quindi stupore, opportunità, emozione.

 

Marco Sammicheli, curatore per il settore design, moda e artigianato di Triennale Milano e direttore del Museo del Design Italiano, ha curato la mostra del Padiglione Italia dal titolo La tradizione del nuovo, che ha preso in esame le Triennali che si sono svolte nell’arco di circa trent’anni del secolo scorso, alla ricerca dei progetti che hanno accolto sfide della (allora) contemporaneità, sperimentando e spingendo i limiti del design, della progettazione e della produzione industriale un po’ più in là.

 

Di sconosciuto, anche negli anni che abbiamo davanti, ci dobbiamo aspettare molto. Non è uno sconosciuto che, date le contingenze, è facile immaginare con entusiasmo: catastrofi climatiche ormai solo arginabili, forse, e conseguenti crisi migratorie; un equilibrio politico andato in pezzi dopo settant’anni di stabilità occidentale, e i soliti sovranismi alla carica. È un futuro – e un approccio allo sconosciuto, o al non-ancora conosciuto – che ha cambiato di segno rispetto a quello fatto di entusiasmo e aspettative degli anni Ottanta, Novanta e primi Duemila.

 

Come mostra l’identità visiva di Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries, con quel buio e quei pianeti, spingere l’immaginazione e la programmazione un po’ più in là dalle contingenze a cui ci affacceremo nei prossimi anni sulla terra, e spostare l’orizzonte un po’ più in là, è uno degli strumenti fondamentali con cui guardare a questo futuro. Una celebrazione dell’utopia, per certi versi, più che della distopia.

 

Una celebrazione che ritroviamo anche nel Padiglione Italia di questa Triennale, La tradizione del nuovo, a cura di Marco Sammicheli. Non pianeti, moduli lunari, polvere di meteorite o biosfere per portare la vita nello spazio, ma una serie di porte con strani oggetti applicati sopra. È l'installazione di studio Zaven – duo composto da Enrica Cavarzan e Marco Zavagno che ha allestito l’intera mostra – ispirata al libro Invece del campanello, di Bruno Munari e Davide Mosconi, che nel 1991 si inventarono una serie di congegni strani e geniali per bussare a diverse porte dietro le quali  si sarebbero dovute nascondere certe particolari personalità.

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La Tradizione del Nuovo, Padiglione Italia, XXIII Triennale. Ph. dsl studio

Nel percorso, quindi, centinaia di oggetti e di progetti dagli anni Sessanta alla fine dei Novanta, per capire come il design italiano ha affrontato le sfide dello sconosciuto e immaginato futuri – e quindi utopie – che non conoscevano o non erano ancora stati raggiunti, attraverso i decenni.

 

“Questa è una mostra di ricerche”, dice Marco Sammicheli, curatore del Padiglione, che ha setacciato tutto l’archivio di Triennale per mesi, e incontrato persone, visitato archivi e studi di designer instancabilmente. Spiega: “Rimane un'esposizione che per oltre il 70% ha materiali che provengono dagli archivi di Triennale, dalle nostre collezioni, però tutto questo si è accumulato grazie agli incontri. Estenuanti, fatti insieme a Viviana Fabris, che è assistente alla curatela, con designer, fotografi, imprenditori, collezionisti, da Guido Antonello a Massimo Cirulli, fino ai musei delle imprese”.

 

Il percorso dell'esposizione segue due direttrici parallele: da un lato una cronostoria delle Triennali che si sono tenute dal 1964 al 1996, in cui seguiamo l'evoluzione delle domande che il design e l'architettura si pongono; dall'altro un percorso tematico, che esplora galassie, per così dire: la gravità, i movimenti degli anni Ottanta, i “contenitori umani”, la musica…

 

Oggetti ormai familiari come i lunghi colli di giraffa delle lampade Tizio di Sapper per Artemide, le forme sinuose della chaise longue BoboRelax di Cini Boeri per Arflex, o il rubinetto morbido della serie I balocchi di Pedrizzetti per Fantini vengono così mostrati per quello che furono alla nascita, e non dopo l’affermazione: sfide aperte, indagini in forma di oggetto, tentativi di immaginare un futuro diverso per una società che, al momento, sembrava averne bisogno.

 

“C'era ogni volta la volontà di aggredire la contemporaneità con qualcosa che non era ancora stato legittimato da un'istituzione o un museo”, spiega Sammicheli. E molto, in questo senso, fecero nei decenni passati le Triennali, profondamente diverse da quelle attuali: “Fino agli anni Novanta questo era un luogo che si accendeva e spegneva ogni tre anni, non aveva una sua collezione o un programma di mostre, e quindi c'era il tempo per elaborare e pensare qualche cosa che molto spesso è stato dirompente”, dice.

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La Tradizione del Nuovo, Padiglione Italia, XXIII Triennale. Ph. dsl studio

Non è una mostra su Milano, questa, ma inevitabilmente Milano è un centro di gravità importante. “Quello che non succedeva in Triennale succedeva in gran parte in questa città”, dice il curatore ancora, “quindi c'era un rapporto di prossimità e dialogo tra l'istituzione e quello che veniva da fuori”. Una relazione di scambio che produceva, in un modo o nell’altro, risultati - come ogni dicotomia, di incontro o scontro - dovrebbe riuscire a fare: “Spesso l'istituzione non riusciva a digerire quello che succedeva fuori, ma allo stesso tempo chi stava fuori cercava poi la legittimazione dell'istituzione”.

 

Si osserva, nel trascorrere degli anni e con il procedere del percorso, quanto cambiano le domande che si pongono i designer, e pure le industrie: tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta cambia radicalmente la prospettiva. In via Manzoni nasce Memphis, al Politecnico Alchimia presenta il Mobile Infinito, “un oggetto che doveva stravolgere l'ideale borghese della casa ma anche essere una possibilità di arredo tanto poetico quanto consolatorio”, come lo descrive Sammicheli. Come disse Aldo Cibic parlando di Memphis, il design si prende una vacanza dalla funzione. Il campo di ricerca, lo sconosciuto, fino a lì aveva avuto un orizzonte visibile – dal 1980 in poi diventa sterminato. “È un momento di grande solidità dell'industria e di liberazione dei costumi”, racconta Sammicheli, “per cui tutti si sentono forti di potersi avventurare in mondi in cui non avevano mai pensato prima di poter andare. Quando storicizzi qualcosa che è finito ti sembra di poterlo gestire e contenere, ma quando queste cose sono accadute la critica e il pubblico erano scommesse tutte da vincere. C'era una spregiudicatezza: non sapevano come sarebbe andata”.

 

Le invenzioni del Novecento che attraversiamo al Padiglione Italia hanno nel 2022 volti e voci familiari, ma è facile vederle ancora per quello che erano allora: tuffi nel vuoto, visioni, tentativi di cambiare – un poco – il mondo. Attraverso i prodotti, La tradizione del nuovo mostra soprattutto le persone che li inventarono. Dice alla fine Sammicheli: “È una mostra storica ma vuole anche scuotere la coscienza dei progettisti del presente. Un designer, come prima cosa, non è un interprete, ma un intellettuale che guarda la società”.

28 luglio 2022