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Raccontare l’architettura può significare anche scegliere di non raccontarla tutta. Concentrarsi su un tema, un metodo, un periodo storico e, attraverso quella scelta, provare ad allargare lo sguardo
È ciò che fanno Vesper, Stoà e Panteon, tre riviste italiane nate tra il 2019 e il 2021, diverse per origine e impostazione, ma accomunate dalla scelta di concentrarsi su un campo specifico.
Delimitare il campo, in questi casi, non significa restringere le possibilità della ricerca, ma darle una direzione. Ogni rivista stabilisce ciò che vuole osservare e torna nel tempo sulle proprie domande, affrontandole da angolazioni differenti. Vesper mette l’architettura in relazione con arti e teoria, Stoà si concentra sugli strumenti e sui modi attraverso cui viene insegnata, Panteon torna invece sul patrimonio costruito per sottoporlo a nuove letture. Tre modi di intendere una rivista e, insieme, tre modi di interrogare l’architettura.
Per Vesper questo territorio inizia proprio dove i confini della disciplina diventano meno definiti. Fondata nel 2019 e diretta da Sara Marini, la rivista scientifica semestrale dell’Università Iuav di Venezia, pubblicata da Quodlibet, dichiara già nel sottotitolo – Rivista di architettura, arti e teoria – la volontà di mettere il progetto in relazione con altri saperi. Arte, filosofia, letteratura e cinema entrano nelle sue pagine non come territori paralleli, ma come strumenti per osservare l’architettura e le questioni del presente.
A suggerirne la direzione sono già i titoli dei numeri. Dopo Supervenice, dedicato a Venezia, arrivano Materia-Autore, Nella selva, Esili e esodi, Moby Dick: avventure e scoperte, Magic, Cielo, Progetto Eden e Miserabilia. Titoli lontani dal lessico abituale delle pubblicazioni di architettura, che funzionano piuttosto come inviti ad avviare una ricerca. Ogni tema apre a interpretazioni differenti, lasciando che siano i contributi a costruirne progressivamente significati, associazioni e possibili contraddizioni.
La stessa struttura della rivista riflette questa pluralità. Saggi scientifici convivono con interviste, racconti, traduzioni, progetti e materiali d’archivio, secondo una successione che mette in relazione forme diverse di produzione della conoscenza. Anche l’apparato visivo partecipa a questo processo. Le immagini non sono chiamate soltanto a documentare edifici o a illustrare quanto affermato nei testi, ma possono costruire percorsi autonomi, suggerire associazioni e introdurre riferimenti ulteriori. Testo, immagine e progetto editoriale concorrono così alla costruzione dello stesso tema.
È un modo di procedere che permette all’architettura di incontrare questioni apparentemente lontane. Un romanzo come Moby Dick diventa il punto di partenza per riflettere sull’avventura e sulla scoperta; la magia apre una ricerca sul rapporto tra realtà, immaginazione e trasformazione; l’Eden invita a interrogare le rappresentazioni della natura e la possibilità di progettare mondi alternativi. Il progetto architettonico non scompare, ma viene collocato all’interno di una rete più ampia di riferimenti culturali. La rivista diventa così uno spazio in cui il pensiero progettuale può confrontarsi con discipline e linguaggi che contribuiscono a ridefinirne continuamente i confini.
Se Vesper tende ad allargare i margini della disciplina, Stoà concentra l’attenzione su uno dei suoi passaggi fondamentali: quello in cui si impara a progettare.
Nata a Napoli nel 2021, diretta da Alberto Calderoni e pubblicata da Thymos Books, Stoà. Strumenti per l’insegnamento della progettazione architettonica mette al centro una dimensione che spesso rimane sullo sfondo quando si parla di architettura: la sua trasmissione. Prima del progetto costruito esistono esercizi, modelli, disegni, riferimenti e metodi attraverso cui si forma un modo di osservare e trasformare lo spazio. La rivista parte proprio da qui, trasformando gli strumenti quotidiani della formazione in oggetti di indagine.
Modelli, Disegni, Renderings, Esercizi, Workshop, Journey sono alcuni dei titoli dei primi numeri. Termini familiari all’interno di una scuola di architettura, ma che, isolati e osservati singolarmente, fanno emergere questioni meno immediate. Che cosa significa costruire un modello nel processo progettuale? Quale tipo di conoscenza passa attraverso il disegno? Che ruolo assume il rendering nel momento in cui un’idea viene rappresentata? E ancora: come si costruisce un esercizio capace di insegnare a progettare?
L’attenzione si sposta così dal risultato ai passaggi che lo rendono possibile. Un modello, un disegno o un esercizio non sono semplicemente tecniche da apprendere, ma strumenti che condizionano il modo in cui un progetto viene pensato. Interrogare la didattica significa quindi tornare all’architettura stessa, perché metodi, riferimenti e pratiche trasmessi durante la formazione contribuiscono a costruire la cultura progettuale di chi li apprende.
Progressivamente Stoà allarga la propria indagine dai singoli strumenti alla struttura che li contiene: la scuola. Teorie, comunità, syllabus, contesti e obiettivi diventano temi attraverso cui osservare programmi, relazioni tra docenti e studenti, tradizioni pedagogiche e differenti modi di organizzare l’insegnamento. La domanda iniziale – con quali strumenti si insegna a progettare? – finisce così per aprirne un’altra, più ampia: che cosa significa formare oggi un architetto?
Con Incontri, il decimo numero pubblicato nel 2024, la rivista torna sulle questioni affrontate nei primi tre anni attraverso saggi e conversazioni con figure legate alla formazione architettonica. Scuole, maestri, pratiche didattiche ed esperienze editoriali vengono messi in relazione, facendo emergere una storia dell’insegnamento costruita non soltanto attraverso programmi e istituzioni, ma anche attraverso strumenti, persone e occasioni di confronto. La scuola non appare come il luogo in cui un sapere definito viene semplicemente consegnato alla generazione successiva, ma come uno degli spazi in cui la disciplina continua a essere discussa e ridefinita.
Panteon guarda invece a ciò che il progetto ha già prodotto, e lo fa scegliendo un perimetro particolarmente preciso.
Nata a Roma nel 2019 da un’idea di WAR – Warehouse of Architecture and Research e diretta da Jacopo Costanzo, Panteon concentra la propria attenzione sulle architetture realizzate nella capitale tra il 1911 e il 1989, all’interno del Grande Raccordo Anulare. Due date e un confine geografico stabiliscono il principale campo d’azione della rivista. All’interno di questa cornice, ogni numero costruisce un percorso differente, utilizzando la città come punto di partenza per affrontare questioni che possono andare oltre la sua storia architettonica.
Billboards, Acquedotti, Scuola, Knowledge, Pasolini, Notte: invece di procedere cronologicamente, per autori o per tipologie, Panteon lavora attraverso associazioni. Edifici conosciuti e architetture meno frequentate dalla storiografia possono ritrovarsi nello stesso numero, accomunati dalla prospettiva attraverso cui vengono osservati. Roma diventa un archivio da attraversare e ricomporre, nel quale il valore di un’opera non dipende soltanto dalla sua notorietà o dalla posizione che occupa nella storia ufficiale dell’architettura.
La scelta di circoscrivere l’indagine a un periodo preciso della storia romana produce un effetto apparentemente contraddittorio: più il campo si restringe, più aumentano le possibilità di stabilire relazioni. Nel numero dedicato a Pasolini, la città costruita incontra l’immaginario dello scrittore e regista attraverso luoghi come gli alloggi popolari di Donna Olimpia e il quartiere Tuscolano II. In Notte, spazi differenti come il Piper Club, il Jackie O’ e il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi vengono riuniti all’interno di una ricognizione della vita notturna della capitale. Il tema diventa una lente che permette di riorganizzare ogni volta lo stesso patrimonio.
Ne deriva anche un modo diverso di confrontarsi con la storia. Le architetture non vengono considerate esclusivamente nel momento in cui sono state progettate o costruite, ma anche per ciò che sono diventate. Alcune hanno mantenuto la funzione originaria, altre sono state trasformate, adattate o assorbite nella quotidianità della città. Tornare a osservarle significa confrontare il progetto con il tempo trascorso, riconoscendo negli edifici le tracce di cambiamenti che spesso sfuggono alla documentazione storica.
La fotografia assume in questo processo un ruolo centrale. Accanto alla ricerca documentaria, i lavori fotografici realizzati per i singoli numeri riportano gli edifici nel presente e ne registrano condizioni, trasformazioni e stratificazioni. L’immagine non serve soltanto a testimoniare l’esistenza di un’architettura, ma introduce la distanza tra il progetto originario e la condizione attuale dell’edificio. La sua storia continua nel modo in cui viene abitato, modificato e guardato.
Vesper e Stoà sono riviste scientifiche legate alla ricerca accademica; Panteon nasce invece come progetto indipendente, pur adottando un processo di revisione scientifica dei contributi. Differiscono per struttura, temi e metodi, ma condividono una scelta: rinunciare a uno sguardo complessivo per costruirne uno preciso.
È forse qui che queste tre esperienze editoriali si incontrano. Non nel tentativo di definire che cosa sia oggi l’architettura, ma nella scelta di decidere, ogni volta, da dove guardarla.



