Jane Withers, come il design può essere la scintilla del cambiamento

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Jane Withers. Ph. Credits Paola Pieroni

Curatrice di grande fama e con chiari obiettivi in mente, Jane Withers ha parlato con noi di alcuni dei suoi progetti più recenti e del dibattito che hanno scatenato rispetto al ruolo del design come fattore di ispirazione dell’azione per il clima.   

Jane Withers vuole avviare un dibattito su come si potrebbe cambiare il modo di agire. Il suo lavoro, che la vede spaziare tra il ruolo di design consultant, curatrice di esposizioni, direttrice creativa e occuparsi di scrittura e sviluppo di concept, ha un obiettivo chiaro, quello di sensibilizzare sulle problematiche ambientali e di ispirare un cambiamento attraverso il design.

Prendendo ispirazione dall’antichità, dalle culture indigene e dall’attivismo sociale, il suo studio londinese ha ideato mostre, installazioni ed eventi, in collaborazione tra gli altri con il Victoria and Albert Museum, con la Royal Academy of Arts e con il British Council, che hanno raccolto il plauso della critica. Alla fine di un anno intenso e molto produttivo, abbiamo incontrato Withers per parlare dell’impatto di alcuni dei suoi progetti più recenti.

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Water Tasting using Moringa seeds for purification by Arabeschi di Latte. Commissioned by Jane Withers Studio for Water Futures research programme curated for A/D/O New York. Ph. Credits by Metz + Racine

Come è stato curare Waste Age, mostra attualmente in corso presso il Design Museum of London, e quali conversazioni sono scaturite da questa mostra?

Sono stata impegnata in questo progetto fin dalle sue prime fasi, lo sviluppo del concept e la stesura della linea narrativa, e in seguito ho fatto parte del comitato consultivo. Un aspetto fondamentale nella fase iniziale è stato la volontà di mostrare come i rifiuti siano al contempo un problema mastodontico e un’opportunità. Si trattava dunque di cercare di cambiare la mentalità e di mostrare come si potesse cambiare la cultura, non solo rispetto a come i rifiuti dovrebbero essere considerati come una risorsa, ma anche a come si possa minimizzarne la presenza nel sistema. Noi soffochiamo il pianeta nella spazzatura, ed è un’idea assolutamente folle, eppure i sistemi che governano la nostra società consumistica basata sulla cultura dell’usa e getta sono profondamente radicati, e prima di poterli cambiare è necessario ispirare il pubblico mostrando possibili alternative.  La cultura occidentale in particolare può essere talmente rigida da farci dimenticare che esistono altre culture che agiscono in modo diverso dal nostro; per questo dobbiamo avviare queste discussioni e accogliere prospettive e pratiche diverse da quelle che conosciamo. La mostra aveva l’obiettivo di mostrare che esistono altri modi di concepire i rifiuti, e, cosa ancora più importante, di convincere il pubblico che un mondo senza rifiuti è possibile e che potrebbe essere un futuro credibile.

Quindi come pensa che i designer e l’arte in generale possano contribuire a generare questa consapevolezza?

Il design può essere un potente strumento di persuasione. Un ruolo prezioso che può svolgere la ricerca nel campo del design consiste nel presentare visioni alternative del futuro e mostrare che un cambiamento è possibile. Tuttavia, la sfida che presenta il contesto dell’emergenza climatica è raccogliere queste idee di rottura e trasformarle in soluzioni che abbiano un impatto concreto. Questo richiede un approccio trasversale a più discipline, e creare questi legami e punti di contatto tra diversi campi di competenze ed esperienza è di fondamentale importanza. Inoltre penso che per un certo periodo abbiamo vissuto un grande rigurgito di concetti e idee riguardo a come contrastare i cambiamenti climatici, ma ora si tratta di metterle in pratica e di convincere le persone a farle proprie in maniera concreta.

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Model of Plečnik’s Ljubljana. Ph. Credits documentation MGML

E lei come è arrivata a interessarsi a livello personale alla sostenibilità e all’ambiente nel suo lavoro?

La storia è cominciata molto tempo fa. In qualche modo penso che sia stata spinta da un interesse personale, che definirei piuttosto quasi un’ossessione, per l’acqua. Le diverse culture del bagno a livello mondiale e storico mi interessavano da sempre, ma è stato quando insegnavo alla Design Academy che ho iniziato a studiare il rapporto con l’acqua nelle varie culture in modo più approfondito, dall’Antica Grecia e Roma alla Namibia, alla cultura indonesiana dei templi, ai pozzi a gradini indiani, toccando i più disparati periodi storici e culture. Molti dei modi in cui oggi trattiamo l’acqua non hanno più senso di essere alla luce della crisi idrica. È assurdo scaricare litri di acqua potabile attraverso lo sciacquone o lasciar scorrere via l’acqua piovana. Quali potrebbero essere, quindi, le alternative? Volevo creare un approccio e una serie di riferimenti di più ampio respiro, con una mentalità più aperta, che i designer potessero esplorare. Ben presto mi sono resa conto che una parte del problema sta nel fatto che non valorizziamo più l’acqua; con l’industrializzazione abbiamo reso invisibili i sistemi di raccolta e abbiamo perso il nostro rapporto emotivo con questa risorsa. Ho capito che si tratta di un problema tanto culturale quanto tecnologico, e questo è il punto di vista con cui mi accosto a molti dei nostri progetti.  

Quest’anno si occuperà di Bio 27, La 27^ Biennale del Design slovena, che avrà luogo tra maggio e settembre 2022. Il tema sarà Super Vernaculars ed esplorerà una serie di concetti come rigenerazione, competenze autoctone e intelligenza vernacolare. Che messaggio intende veicolare la mostra?

Il titolo Super Vernaculars porta con sé una stranezza che spero lo renda al contempo provocatorio e memorabile e si propone di essere quasi una contraddizione in termini. Tutte le culture dispongono di un bagaglio di intelligenza vernacolare, ma nel mondo occidentale abbiamo smarrito gran parte di quella conoscenza e comprensione. Tuttavia, da un po’ di tempo ormai vedo sempre più designer e architetti che attingono di nuovo alle idee vernacolari, non guardandosi indietro, ma bensì facendo delle pratiche e della saggezza vernacolare una fonte di ispirazione e un programma ricco di idee per il futuro. L’idea è di rendere Super Vernaculars una piattaforma per generare consapevolezza di questo movimento e per approfondire questa branca del design rigenerativo.

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Adam Štěch, Objects of refinement. Ph. Credits OKOLO

Questi valori sono certamente il cuore del suo lavoro personale, ma li ritrova anche riflessi in tutto il settore nel suo complesso?

Per quanto ritenga che ci sia un impegno sempre più grande rispetto a questi temi, c’è ancora molta strada da fare prima che questi diventino azione concreta. Negli ultimi due o tre anni abbiamo assistito a un grande cambiamento nel dibattito attorno a questi argomenti, ma c’è ancora bisogno di un cambiamento sistemico perché si possa davvero arrivare a un’azione su larga scala. Spesso nel nostro lavoro si tratta di saper dare ossigeno alle idee alternative.  

Quindi, in questo contesto, si può a volte accostare il design al concetto di attivismo? Le opere più controverse sono in grado di risvegliare la consapevolezza del pubblico?

Indubbiamente c’è spazio per un design che sia anche attivismo, e abbiamo bisogno di un design che sappia ispirare e smuovere il cambiamento. Ma alla base di tutto dovrebbe esserci la comprensione profonda dei concetti di circolarità e rigenerazione.

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Sečovlje salt panes. Ph. Credits M. Granda, Outsider magazine

Che speranze e aspettative ripone in Bio 27?

Negli ultimi dieci anni, Bio ha accumulato molti risultati interessanti, si è concentrata su questioni di grande importanza e ha lavorato a un’agenda sostenibile. Intendiamo continuare su questa strada,oltre ad aprire percorsi di ricerca in altri ambiti. La tematica Super Vernaculars è di grandissima attualità; per questo desidero fare della biennale una piattaforma che getti luce su strategie alternative per affrontare alcuni dei principali problemi che abbiamo di fronte a noi, per esempio l’acqua, i rifiuti, l’edilizia e l’agricoltura, e mostrare che esistono altre possibilità. Mi interessa lasciare qualcosa in eredità e capire come possiamo sfruttare Bio per seminare un cambiamento duraturo. Una parte della biennale è dedicate a una mostra che si concentra sulla tematica Super Vernaculars e un’altra parte consiste in una piattaforma di produzione che crea legami fra mentori internazionali e team di designer locali, in modo che collaborino allo sviluppo di commesse che affrontano sfide regionali come quella delle risorse idriche e quella degli sprechi alimentari. Si sono distinti in particolare alcuni team molto interessanti che riuniscono esperti del campo delle scienze, del design e delle discipline umanistiche, e non vedo l’ora di poter vedere i frutti del loro lavoro e l’influenza che questo potrà avere sia a livello locale, sia su una scala più ampia. Stiamo inoltre lavorando a una valutazione ambientale della biennale, e stiamo cercando di studiare come migliorare le nostre pratiche e creare delle linee guida per le future edizioni di Bio, con la speranza di poter contribuire a degli effetti positivi di lungo periodo. 

 

Mostra Waste Age  

Bio 27, 27a Biennale di Design della Slovenia 

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Barley. Ph. Credits Emile Barret

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Flower of salt. Ph. Credits OSM films

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Shneel Malik, Indus. Ph. Credits Shneel Malik

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12 gennaio 2022