Barbara Minetto: design revolution

Barbara Minetto

La rivoluzione del digitale e gli eternamente giovani del design, il Salone come momento di festa e la sostenibilità come forma mentis. Il mo(n)do Magis va dritto al punto. 

Diretta, schietta, senza fronzoli. Barbara Minetto, direttore marketing e comunicazione dell’azienda veneta di nascita ma internazionale per vocazione, prende posizione sul Salone del Mobile in arrivo, sulle sfide della pandemia, le competenze da mettere in atto. Con ottimismo. 

Vado dritta al punto: a settembre “supersalone” sì, “supersalone” no?
Assolutamente sì. Sono due anni che non ci si incontra, non ci si vede, non si espongono i prodotti, tutti oggi hanno bisogno di vedere quanto le aziende siano in forma. Il Salone è la piattaforma migliore, è il punto di partenza dell’anno aziendale. Come settore, e non solo, abbiamo bisogno di un evento simile, un rilancio per la città di Milano, un grande ritorno, una riconquista degli spazi.
La fermo subito: siamo sicuri le aziende di design stiano così bene?
Non tutte sicuramente, ma ci sono una serie di aziende che hanno bisogno di affermare che sono in forma, che hanno voglia di investire. Questo a prescindere dalla pandemia: il cliente dovrebbe verificare la buona fede e la salute delle aziende con cui lavora. La reazione, come ogni momento di crisi, è stata buona per tanti: alcuni hanno risposto con il digital, altri spaziando in settori che non erano loro propri, cercando di stimolare o migliorare alcune performance aziendali, lavorando sulla riduzione delle finiture o sulle scorte di magazzino. C’è chi ovviamente ne ha risentito: ad esempio il contract. Certo, si poteva far meglio e di più, non ci eravamo ancora risollevati rispetto alla crisi del 2008. Insomma, bisogna essere positivi, soprattutto adesso che la casa è tornata a essere al centro della nostra vita.
Officina, Magis

Officina

Diamo i numeri?
L’anno scorso abbiamo chiuso con alcuni numeri in negativo, perché il nostro export era particolarmente collegato a quei mercati come Stati Uniti e Inghilterra in cui siamo più concentrati sulle forniture e non sulla casa. L’Asia, d’altra parte, è andata molto bene, mentre l’Europa un po’ a macchia di leopardo.
C’è di buono che, prepotente, è arrivato il digitale.
In realtà le imprese erano già tutte strutturate, con siti, piattaforme social che per molti erano pane quotidiano. Certo dover comunicare solo online, non potendo nemmeno accedere agli uffici, ha accelerato moltissimo il riposizionamento delle aziende, c’è stato un motore accelerante incredibile. Ma non c’era alternativa. Molte aziende sono avvantaggiate, bisogna avere anche qualcuno di lungimirante che sia in grado di assecondare il cambiamento. Qui gioca un ruolo anche il ricambio generazionale.
Brut, Magis

Brut

I soliti giovani designer di sessant’anni o vecchi imprenditori?
Credo che il cambio di passo oggi sia fondamentale, o almeno dovrebbe esserlo. Si dice sempre che il mondo continua a cambiare, ma oggi dobbiamo cambiarlo più che mai. C’è bisogno di un affiancamento quasi alla pari, ci sono strategie che solo i giovani possono capire. Qualche esempio: ci sono argomenti legati alle governance che ancora oggi sono estremamente delicati. Continua a esserci un approccio padronale alle aziende, e questo prevale sulla competenza. Non bisogna solo sapere, ma anche saper fare. Avendo alle spalle una serie di competenze che non sono comuni.
Nonostante il “supersalone” in arrivo a settembre, avete presentato alcuni prodotti online.
Magis ha da sempre lanciato i nuovi prodotti al Salone del Mobile di Milano, quando ancora si faceva a settembre. Momento amarcord: l’azienda è nata nel ’76, ad agosto, dopo un mese dalle firme costitutive, eravamo in fiera. Questo per dire che per noi il Salone è sempre stato un momento di festa: quando si lancia un prodotto è sempre come un battesimo di un figlio, e Milano rappresenta un luogo fondamentale, il Salone è il momento in cui tiriamo fuori tutto, dal catalogo all’ultimo arrivato.
Salone del Mobile

Salone del Mobile

Come Costume di Stefan Diez.
Costume è stato presentato a livello di progetto nel 2019, se il Salone fosse stato ad aprile lo avremmo lanciato lì. Abbiamo scelto di fare un lancio digitale, anche perché Magis ha un respiro internazionale che aldilà della kermesse primaverile, vive 365 giorni l’anno. Costume nasce con l’obiettivo di essere sostenibile, non è legato alla moda del momento, ma ha durata più lunga. Vede la luce con un approccio totalmente opposto rispetto agli altri divani con elementi primordiali di difficile disassemblaggio, come la struttura in legno o l’imbottitura. Come fare per ripensare il divano?
Che risposta vi siete dati?
Siamo partiti da questa domanda e dopo quattro anni di studi abbiamo presentato Costume che rappresenta tutti i valori di Magis. Il disegno è fondamentale tanto quanto quello che sta dentro: si è lavorato su una struttura in plastica rotazionale, di conseguenza c’è un’anima interna, due cuscinetti con le molle, due materassini in poliuretano e un rivestimento superiore. Nulla viene attaccato tra gli elementi, non vengono fissati ma c’è un gioco di incastri. Puoi modularli da solo, intercambiarli e riciclarli. Due parole sul designer: con Stefen Diaz, che conosciamo da quando era assistente di Konstantin Grcic, lavoriamo in maniera aperta, è stato disponibile e aperto alla sperimentazione.
A proposito di riciclo: Magis vuole diventare una b corporation?
Diciamo che lo abbiamo valutato. In generale a noi non piace il green washing, non è il nostro approccio. Lavoriamo con le materie plastiche, che devono essere utilizzate con educazione e devono essere smaltite con ancora più educazione. Non vogliamo criminalizzare il materiale plastico ma il pessimo uso che se ne fa, non solo oggi, ma da tempo. Dal ’76 combiniamo insieme plastica e alluminio, tra l’altro in una cartella stampa del 2001 abbiamo proclamato la fine della dittatura della plastica e abbiamo dato avvio alla Chair One di Grcic. La plastica va rispettata e utilizzata in modo corretto.
Quando la plastica è stata inventata, alla fine dell’Ottocento, sembra che un imprenditore cercasse un materiale per sostituire l’avorio delle palle da biliardo. Di fatto nasce con nobili intenti.
Oggi sembra che siano tutti diventati sostenibili, ma avere questo approccio passa sempre dall’etica di un’azienda: dal riciclare la carta nell’ufficio al prodotto che esce sul mercato. La sostenibilità è una forma mentis.
Chair One

Chair One

Nel 1951 Elio Vittorini propose a Einaudi, per una collana di narrativa, il nome Gettoni. «Propongo questo titolo per i molti sensi che la parola può avere: gettone per il telefono (e cioè di chiave per comunicare), gettone per il gioco, e infine come germoglio». A chi affiderebbe il gettone di questa intervista, per proseguire la chiacchierata?
A Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di Architettura e Design e Direttrice Ricerca e Sviluppo al MoMA, perché ha un approccio estremamente aperto. Non la conosco personalmente, ma mi è piaciuto molto il suo appunto al Salone del Mobile di due anni fa relativo all’essere guidato da soli uomini.
Cambiamo di passo?
13 luglio 2021