Storie di design e non solo

Storie di design e non solo

Libri per lettori curiosi: dagli oggetti dimenticati alla ricerca della bellezza, dal made in Italy al kitsch, dal potere unificatore del design alle terme più glamour, dalle case più hot agli scatti fotografici di luoghi reali dal sapore irreale fino a un activity book.

Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi, 2020

“Quando nel 2009 Herta Müller si presenta all’Accademia di Svezia per ricevere il premio Nobel per la letteratura, inizia e conclude il suo discorso… parlando del suo fazzoletto. Quello che ogni mattina, quando usciva di casa da piccola, sua madre ossessivamente le metteva in tasca”. Una situazione che molti di noi, pur non avendo mai vinto il premio Nobel, hanno vissuto in prima persona: fazzoletto come esempio di oggetto “dimenticato” la cui funzione, anche ai tempi, non era tanto connessa al soffiarsi il naso quanto al segnalare il radicamento di un legame familiare.

Dagli oggetti desueti agli oggetti morti il passo è breve. Massimo Mantellini ne elenca 10 che merita citare: le mappe geografiche, il telefono fisso, la penna, le lettere (agli amici), la macchina fotografica, i giornali, i dischi, i fili (nel senso di cavi), il silenzio, il cielo.

(Ognuno di noi potrebbe completare questo elenco a seconda della sua esperienza personale: per gli architetti e i designer, la riga parallela, il rapidograph, la carta da spolvero, i rotoli di lucido, le lamette).

Alcune delle categorie di cui sopra risultano particolarmente pregnanti: prendiamo le mappe stradali Michelin, grandi come un lenzuolo, perfettamente piegate all’atto dell’acquisto e da lì in poi, a ogni consultazione, sempre più lievitanti. Oggetto tabù per i bambini (e in linea di massima per le donne), dimostrazione di virilità per il capo famiglia.

E le lettere? Quel condensato di intimità e di segreti che negli anni andava a costituire un intero epistolario, da cosa sarà sostituito? Da una mail che, per quanto intensa, nessuno stamperà mai? Da un SMS? Buono forse per un incontro erotico clandestino. Nessuna trepidante attesa di una risposta da accostare al viso, prima di aprirla con il tagliacarte, per assaporare una, anche minima, scia di profumo.

E infine Mantellini cita il silenzio e il cielo, che personalmente accomunerei in un’unica categoria: perduti sì (per la connessione perpetua, il primo, e per l’inquinamento luminoso, il secondo), ma forse non morti per sempre, anzi proprio da essi può, io credo, cominciare la nostra marcia di riscatto: siamo noi a dover prendere una decisione in proposito.

Dieci splendidi oggetti morti

Carlo e Renzo Piano, Atlantide: viaggio alla ricerca della bellezza, Feltrinelli, 2019

La bellezza, inseguita come una “Balena Bianca”, è senz’altro celata tra le righe di questo diario intimo. Credo però che, al di là di tempeste e risacche, qui si tratti soprattutto di un padre e di un figlio e dell’occasione, sempre più rara (ben lo sanno quelli tra noi che hanno figli) per fare il punto di un rapporto. Il padre, ormai ottantenne, è un celebre architetto e il figlio aspetta e filtra le sue parole come in attesa di un viatico per la vita futura. Si gioca insomma nel BISOGNO di un rapporto, nascosto sotto l’eccezionalità delle occasioni raccontante, la parte più coinvolgente di questo particolare diario di bordo.

Partiti da Genova su una nave oceanografica, i due Piano compiono il giro del mondo e, guarda caso, lungo il percorso incontrano i luoghi in cui Renzo ha cercato di costruire un messaggio di bellezza, che si tratti di Osaka o Atene, Londra o la Nuova Caledonia.

Il viaggio ha i suoi tempi e i suoi ritmi (personaggi come il nostromo e gli ufficiali di bordo li scandiscono) che non possono essere modificati: non ci si fermerà un momento di più a New York (per ri-esaminare la Morgan Library, la Columbia University, il grattacielo del New York Times o persino il nuovo Whitney) o a Londra (per ragionare sotto l’ombra acuminata della Shard).

La ricerca (di Atlantide, cioè della bellezza perfetta e quindi impossibile) deve continuare: “Cerchi Atlantide, non la trovi, ma la cerchi lo stesso. C’è sempre qualcosa che ti manca in quello che fai, ed è quello che ti tormenta lo stomaco”. Un mal di stomaco (che tutti noi poveri mortali ben conosciamo) che ci rende simpatica e, direi fraterna, la figura del grande Renzo. Ed è proprio questo mal di stomaco che il figlio registra, architettura dopo architettura, luogo dopo luogo, nella schiacciante consapevolezza che l’architetto non è un pittore, lo diceva sempre Gio Ponti, e quindi non può cancellare nulla dalla sua opera.

Atlantide

Alba Cappellieri, Matteo Pirola, I talenti italiani: mente, mano macchina, Fondazione Cologni – Marsilio, 2020

La ricerca del segreto del design italiano è (ed è stata) qualcosa di assimilabile alla ricerca del Santo Graal. Avrebbero voluto impossessarsene paesi stranieri, detentori di straordinarie tecnologie, inventori di start-up, economisti e analisti finanziari. Eppure, per molti molti anni, quel segreto, che era in realtà sotto gli occhi di tutti, si è preservato. Che cosa ha permesso all’industria italiana dell’arredo di diventare la prima al mondo? Di essere aperta e ospitale per creatività provenienti da lontanissimi “altrove”? Alba Cappellieri e Matteo Pirola ce lo raccontano, senza tradire nessuno però. Si limitano a squarciare un velo sottilissimo, a porre in sequenza certe evidenze: l’industria italiana dell’arredo non è mai stata una vera industria, piuttosto un agile mix di artigianato e industria, di mano e macchina (come recita il sottotitolo del volume). A lavorazioni prettamente seriali si sono sempre alternate, ma soprattutto sovrapposte, sullo stesso pezzo, lavorazioni manuali: cuciture del cuoio, verniciature in galvanica, assemblaggi perigliosi. Insomma, eccetto casi rarissimi, la produzione “industriale” di design italiano è sempre stata “finita” da una realtà non industriale. Una dimensione “artigianale”, retaggio del saper fare di quelle botteghe che, da tempo immemorabile, caratterizzano il nostro territorio. I primi a scoprirlo non sono stati gli imprenditori (che, a un certo punto, giocavano davvero a fare gli “industriali”), ma i designer, con la loro inarrestabile fantasia, che chiedeva, volta per volta, parti in vetro soffiato (a Murano) per grandi lampade da tavolo o da terra, un’aggiunta di midollino intrecciato, nella vicina Erba (che bastava uscire da una delle “fabbriche” per essere già arrivati), piuttosto che un piedino in ferro forgiato, da vero bronzista nella vecchia Milano. Sono nati così 1000 e 1000 capolavori.

Al tempo nessuno stava lì a chiedersi se si trattasse di prodotti industriali o artigianali o misti, bastava che fossero belli, straordinariamente belli, e che si vendessero appunto a migliaia, nel mondo intero, per quel loro inspiegabile sapore, per quella loro indubbia diversità.

Solo recentemente, solo a causa della crisi, si è cominciati a entrare in un loop definitorio che ha voluto distinguere la mano dalla macchina creando tassonomie tanto curiose quanto inutili (60% artigianato – 40% industria? o forse 65% artigianato e 35% industria), con comunicati stampa in cui si predicava l’assoluta artigianalità di un manufatto evidentemente realizzato in prevalenza a macchina. Ma si sa, le parole, da un certo momento in poi, quando tutti le cavalcano, si svuotano di senso. Ecco allora giungere, forte di un patrimonio iconografico notevole e soprattutto di uno sguardo capace di non tralasciare i giovani designer e le ricerche più marginali, il lavoro di Cappellieri e Pirola a mettere in ordine prima la storia del design italiano e poi le categorie definitorie attualmente applicabili ai prodotti.

I talenti italiani

Kitsch, a cura di Marco Belpoliti e Gianfranco Marrone, Riga 41, Quodlibet, 2020

Certo poi parleremo anche del kitsch, ma intanto è sulla struttura di questo imponente lavoro di ricerca che vorrei soffermarmi. Belpoliti e Marrone hanno raccolto trentatré saggi fondamentali sul kitsch, a partire dagli inizi del XX secolo fino ai nostri giorni. Si inanellano, tra gli altri, i nomi di Walter Benjamin, Theodor W. Adorno, Marshall McLuhan, Susan Sontag, Umberto Eco, Gillo Dorfles, Jean Baudrillard, Arnold Hauser, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass, Milan Kundera, Italo Calvino e Vilém Flusser. Ciascun saggio viene, per di più, puntualmente, ma anche sinteticamente, commentato da un critico o da un filosofo contemporaneo, creando una vera e propria piattaforma di discussione virtuale. Segue, sempre a ritmo serrato, un questionario posto a ventisette intellettuali teso a verificare la definizione di kitsch, il suo statuto di fenomeno unicamente estetico o anche politico, le differenze con i gadget.

Ne risulta un totale di 605 pagine che si leggono di un fiato, arrivando a confrontare agilmente ipotesi differenti. Si giunge infine a una risposta condivisa? NO! Cosa sia stato il kitsch, quale la sua origine (fenomeno meta-storico o invenzione della piccola borghesia in ascesa durante il periodo romantico?), quale la sua possibile definizione oggi? Se da un lato pare che la cultura contemporanea ne sia permeata, in una dimensione di cattivo gusto generalizzato, dall’altra il senso stesso di kitsch, e quindi di “gusto”, buono o cattivo che sia, viene posto in discussione. La perdita di centralità della cultura Occidentale e il conseguente prevalere di concetti di ibridazione e multiculturalità rende difficile assumere una posizione certa relativamente al kitsch, lasciando in certo senso alla visione e alla sensibilità di ognuno di noi una possibile risposta. Quello che invece è certo, per riprendere l’assunto iniziale, è che i problemi storico-critici vanno affrontati in questo modo attraverso una solida metodologia di ricerca che faccia piazza pulita di tante parole nel vento che oggi, quotidianamente, si ascoltano e si leggono. Un unico rimpianto, a voler a tutti costi formulare una critica, ovvero che i curatori non abbiano avuto l’ardire di porci una loro sintesi finale, azzardando la loro personale definizione di kitsch.

Kitsch

Satyendra Pakhalé Culture of Creation, AA.VV., nai010 Publishers, 2019

Parlare di speranza e ottimismo in questi tempi malati è una vera sfida. È questo il messaggio che emerge da questa monografia, la prima, su uno dei nomi di spicco del panorama della creatività internazionale. Un’esplorazione del ruolo del design nel promuovere il bene comune e il suo potere unificatore in un mondo sempre più diviso. “Il design – per dirlo con le parole di Satyendra Pakhalé - è un atto culturale di giustizia al pari di utilità e bellezza”.

Culture of Creation, oltre ai pensieri in libertà del poliedrico designer indiano, lanciato dal SaloneSatellite nel 2001 riporta saggi critici di professionisti del settore – Paola Antonelli, Tiziana Proietti, René Spitz, Aric Chen, Juhani Pallasmaa, Stefano Marzano, Jacques Barsac Wera Selenova e Ingeborg de Roode – da cui emerge una nuova prospettiva del ruolo del design: un nutrimento del bene comune, necessario per la coesione sociale. Emerge, anche, un progettista che va oltre il proprio naso regalando un’anima ai propri lavori, quasi un Geppetto contemporaneo, e che non si lascia attrarre dal facile consumismo dell’industrializzazione. “Ho sempre visto il mondo come un insieme di individui: tutti noi siamo legati, ma purtroppo la politica attuale non lo rispecchia. E anzi, le nuove tecnologie limitano il nostro modo di approcciarci alle cose e le nostre possibilità”, dichiara. Per Pakhalé, in particolare, la professione di designer è una vera e propria espressione di ottimismo. Condizione sine qua non per poter creare. La cultura della creazione, appunto. Ogni processo creativo presenta avversità e difficoltà sicuramente difficili da superare senza questo specifico approccio.

Il libro ci regala anche bellissimi acquerelli. Fin da bambino Pakhalé amava fare schizzi e disegnare a matita. Quando apre il suo studio, istituisce una pratica giornaliera: dipingere ad acquerello su carta di cotone, con una sola pennellata. Con questi limiti esprime la volontà di concentrarsi solo sulla pratica e “pensare attraverso l’astrazione”: ossia, lasciare andare la parte razionale a favore dell’intuito e di una visione inconscia.

Riponendo il bel volume, vogliamo portare via con noi questo suo prezioso insegnamento. “Il design deve aiutare ad avvicinare fra loro gli elementi disintegranti e unirli nella società”. Ora più che mai!

Culture of Creation

Kari Molvar, Be Well. New spa and bath culture and the art of being well, Gestalten & Kari Molvar, 2020

Se Diana Vreeland amava ripetere che "il modo più veloce per mostrare la tua età è cercare di sembrare giovane", forse un atlante delle strutture termali entrate nel mito delle nuove frontiere del self-care può aiutare a scegliere quella più adatta in cui soggiornare per apparire davvero di qualche anno più giovane. Be Well. New spa and bath culture and the art of being well di Kari Molvar, giornalista esperta di benessere, è proprio questo: un viaggio − e prontuario − nelle spa più straordinarie del pianeta, che invitano al relax con pratiche innovative e, soprattutto, con design personalizzato e assolutamente iconico. Dall’Europa agli Stati Uniti, il libro racconta di come si siano evolute le architetture del benessere per dare ristoro al corpo e nutrire lo spirito nella cornice di luoghi eccezionali. Un inno alla Salus per Aquam che affonda le radici in età greco-romana ma anche negli hammam dell’Impero ottomano, nelle logge del sud-ovest americano, negli onsens giapponesi e nelle saune finlandesi. Interessante, inoltre, considerare come la lente d’ingrandimento dell’autrice tratti il tema da più punti di vista: benessere come design, cultura e lifestyle. Un libro − molto iconografico – per visitare, per ora almeno virtualmente, questi spazi architettonici d’avanguardia tra cui a Suzhou, in Cina, il metafisico Loong Swim Club rosa pastello firmato dall’architetto Li Xiang, che sembra essere uscito da una fiaba; a Coba, in Messico, il Coqui Coqui Coba, un’oasi di puro relax ispirata alle architetture vernacolari dello Yucatán e ai suoi caratteristici cenotes; in California, nel cuore della Napa Valley, il Calistoga Motor Lodge and Spa ridisegnato dalla firma AvroKo, che l’ha trasformato in un boutique hotel in stile Mid-century modern; a Húsavík in Islanda, GeoSea, progettato dallo studio di architettura islandese Basalt, che dispone di cinque piscine a sfioro con vista sull’oceano.

Be Well

Alex Eagle, More Than Just a House: At Home with Collectors and Creators, Rizzoli International Publications, 2020

Chi non ha mai sognato di poter entrare nelle dimore dei designer, architetti, stilisti e creativi più hot del momento? Solo per dare una sbirciatina e prendere in prestito un paio di idee? Un desiderio irrealizzabile per molti ma non per lei, Alex Eagle, direttrice creativa di uno studio/store a Londra che porta il suo nome e con un passato nel mondo della moda e delle PR. Se il suo “place” è un hub creativo in cui l’esperienza di acquisto è davvero originale e trasversale – si va dalle collezioni d’alta moda, accessori, gioielli, a pezzi d’arte e di design, prodotti di bellezza, libri di fotografie e molto altro ancora in un set intimo e familiare che ricorda uno spazio domestico molto raffinato – è facile immaginare che le porte a cui ha bussato siano quelle dei trend setter più giovani – come lei – e inspirational sulla scena contemporanea. Nasce così il curioso coffee table book More Than Just a House: At Home with Collectors and Creators: una rassegna insolita, affascinante e soprattutto autentica – perché Alex conosce bene chi le apre la porta ­­– degli interni di una trentina di creativi tra cui David de Rothschild, Beata Heuman, Duncan Campbell & Luke Edward Hall, Sarah Harris, Will Cooper ma anche le italiane Margherita Missoni, Martina Mondadori, Marie-Louise Scio. Il focus principale? Gli oggetti unici che personalizzano ogni spazio e raccontano qualcosa del carattere e della vita del proprietario. La stessa Eagle, nell’introduzione al volume, spiega: “Questo libro è nato dalla sensazione che provo spesso quando vengo accolta nella splendida casa di un amico. Mi guardo intorno e vorrei poter registrare la mia esperienza: non solo il colore delle pareti o l’arte nel corridoio, ma lo spirito del luogo, il modo in cui l’energia della persona che ci abita si esprime nel suo stile singolare”. E se le perdoniamo di aver preso in prestito il titolo da F. Scott Fitzgerald, apprezziamo quella miscela di suggerimenti tra lusso moderno e chic bohémien che è facile intercettare sfogliando le pagine.

More Than Just a House

Wally Koval, Accidentally Wes Anderson, Trapeze 2020

Vi siete mai chiesti se siano nati prima gli universi visivi totali di Wes Anderson o Instagram? La risposta risulta ovvia, se pensiamo che il regista debutta sul grande schermo nel 1996. E, allora, culliamoci nell’immaginare che un po’ della sua estetica abbia potuto ispirare il fondatore del social network iconografico più seguito al mondo, anche se, ovviamente, non ci è dato sapere. Ma cosa c’entra il regista texano con Instagram? Fondamentalmente nulla, se non per il fatto che tre anni fa Wally Koval, specialista americano di marketing e branding nonché appassionato fan del film director, abbia aperto una pagina Instagram che, oggi, registra oltre un milione di follower e raccoglie splendide foto di luoghi reali che ne ricordano le atmosfere e l’immaginario. Dato il successo dell’account, il passaggio alla carta è risultato abbastanza naturale. Fresco di stampa è, infatti, il libro Accidentally Wes Anderson. In copertina indossa il primo scatto realizzato da Koval, ossia l’Hotel Belvédère di Grindelwald − un grazioso alberghetto svizzero che sorge sul tornante di una strada di montagna −, e, in prima pagina, riporta la divertita premessa del regista che ammette di conoscere molto bene cosa significhi essere accidentalmente sé stesso − mentre stenta ancora a capire chi volutamente sia. Un volume di ben 368 pagine che accolgono immagini sia nuove sia già online di luoghi meravigliosi − sempre accompagnate da brevi testi che le raccontano −, tra cui Anderson afferma di non volersi perdere lo stand croato di pancakes. Noi rimaniamo affascinati praticamente da tutte grazie al loro mix di tinte vivide, calde e talvolta sature, che rimandano ad atmosfere anni Settanta, grazie alla patina vintage, alle prospettive centrali e alle originali simmetrie. Insomma, grazie a quella ben precisa e riconoscibile composizione dell’immagine che ha permesso al regista di diventare ciò che pochissimi possono vantare di essere: un aggettivo. E, ancora più raro, un aggettivo con nome e cognome: wesandersoniano.

Accidentally Wes Anderson

La casa che vorrei. Gioca con il nuovo design italiano, Margherita Pincioni e Gianfranco Setzu, Soter editrice, 2019

Un’esplorazione inedita e allegra del backstage creativo del mondo del progetto. Un volume insolito per il suo format: un activity book in cui il lettore è invitato a ritagliare i profili degli arredi riprodotti (magari dopo aver fotocopiato le pagine!) per poterli così accostare e mischiare tra loro per dare vita alla propria casa ideale, da incollare infine sulla stanza-foglio al centro del libro stesso.

Ma facciamo un passo indietro. A loro volta gli arredi contenuti in queste pagine sono i componenti della casa ideale di 50 designer, sparsi su tutto il territorio nazionale, a cui i due ideatori del volume - Margherita Pincioni e Gianfranco Setzu – hanno chiesto di descrivere e disegnare il loro sogno di casa, impiegando sia arredi in produzione sia di pura fantasia. Si è venuta così a comporre una nuova e fresca pagina dell’abitare contemporaneo, un imprevisto e dinamico lifestyle. Oltre al gioco il libro affronta, indirettamente, il rapporto fra oggetti e spazio-casa nell’interpretazione di una nuova generazione. C’è chi la casa la vuole custodita da un gatto (Alessandra Baldareschi), chi invece come una capanna azzurra sul mare (Antonio Aricò); o un rifugio privato per sè e spazio ospitale per gli altri (Diego Grandi); pulita, essenziale, coinvolgente e imprevedibile, soprattutto felice (Emilio Nanni); con la porta aperta, ma le scarpe fuori (Giacomo Moor); come quella di Peppa Pig (Giulio Iacchetti), con una vela per spostarsi dove ci manda il cuore (Matteo Ragni), oppure una casa che quando viaggi possa venire con te (Sara Ferrari).

Un vero e proprio inventario di fantasie e desideri.

Per chi non ama andare di forbici e colla, il libro può essere anche semplicemente sfogliato come un mini-catalogo di arredi o come una divertente carrellata di disegni d’autore

Immagine in apertura e homepage: Satyendra Pakhalé Culture of Creation, AA.VV., nai010 Publishers, 2019

La casa che vorrei
11 dicembre 2020