“Madres Paralelas”, il nuovo film di Pedro Almodovar

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El Deseo. Ph. credits Iglesias Mas

Il ventitreesimo lungometraggio di Pedro Almodovar è un film che ragiona sulla maternità e sul rapporto tra passato e futuro, giungendo a conclusioni eterodosse, e si situa in un momento peculiare della sua quarantennale carriera.

La storia del cinema è piena di "ultimi film" annunciati da venerati maestri e che tali sono rimasti anche se i loro autori, da Ingmar Bergman a Hayao Miyazaki, hanno continuato a girare per decenni rimangiandosi il ritiro. Ci sono opere mondo e monumento, come "Fanny & Alexander", che dicono tutte le cose fondamentali e si impongono come summa e compimento di un'intera esperienza sia artistica che esistenziale a prescindere da quanto a lungo i loro autori vi sopravvivano. Pedro Almodovar, giovanissimo ultrasettantenne, non ha mai manifestato propositi di abbandono - e anzi è stato uno dei primi a tornare su un set dopo la serrata da prima ondata Covid - eppure è difficile non interpretare "Dolor y gloria", metà autoritratto metà autofiction, come un'opera testamento per motivi tematici e metafilmici e perché spiega l'intera ampiezza di un pensiero su vita, arte e loro rapporti. La figura di Antonio Banderas vestito e truccato da Pedro che abita un appartamento fotocopia di quello in cui vive il regista è una seconda natura definitiva quanto il Mastroianni di "8 1/2", cui "Dolor y gloria" rimanda esplicitamente, è diventato una antonomasia di Federico Fellini.

Per tutte queste ragioni e per i premi ricevuti, la vetta artistica raggiunta, il precedente di "Madres Paralelas" è un film ingombrante, cui può seguire il silenzio, la tabula rasa oppure la diversa strada intrapresa dal regista spagnolo. Almodovar ha scelto di ricominciare da film meno ambiziosi, meno definitivi, programmaticamente minori e imperfetti, riprendendo passioni e impunture. "The human voice", cortometraggio tratto dal monologo di Jean Cocteau e affidato a Tilda Swinton, viene da una antichissima ossessione mentre l'affiche di "Madres Paralelas" (un vecchio soggetto) compariva già ne "Gli abbracci spezzati" (2009) come la protagonista, Penelope Cruz, un altro grande ritorno dopo Antonio Banderas. Se il discorso metafilmico sul cinema recente di Almodovar vede centrale il tema della ricomposizione, ugualmente uno dei due fili di trama è l'individuazione di una fossa comune della guerra civile grazie ai fondi della "Legge della memoria storica" voluta dal governo Zapatero nel 2007 per dare sepoltura ai caduti ignoti e ricomporre con un lutto formale una ferita che lacera il tessuto sociale spagnolo da decenni. È questo tema civile a rappresentare il cuore pulsante e motivo fondante del film, l'investimento più personale del regista. Le immagini finali con il "quarto stato" tutto al femminile che riscatta, tramite un atto di cura, una decennale compromissione nazionale col fascismo che non ha mai conosciuto una vera discontinuità sono sinceramente emozionanti.

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El Deseo. Ph. credits Iglesias Mas

Il futuro può nascere solo se il passato guarisce e guarire è un gesto materno. I film di Almodovar sono (quasi) sempre storie di donne, dove è dirimente l'identità scelta piuttosto che quella biologica. L'altro filone narrativo è più consueto all'universo almodovariano e coerentemente e coraggiosamente la conclusione dei molteplici, inverosimili scambi tra le madri parallele è tutta a favore della maternità come fatto culturale, non biologico. È nel territorio abituale del film femminile che si dispiega magistralmente il tratto di Almodovar, con l'esercizio di stile che diventa significato. Prendiamo la scena dell'incontro tra Janis (Cruz) e la madre di Ana: nella sticomitia delle offerte reciproche a costruire una solidarietà immediata c'è una capacità impareggiabile di mettere in forma artistica immediata un femminismo complesso, culturale, esistenziale ma non identitario ("We should all be feminists" recita una sacrosanta t-shirt indossata da Penelope Cruz nel film). E poi ci sono gli appartamenti, le case, da sempre elemento fondamentale dell'estetica almodovariana che si afferma, in piena movida, come l'estremo opposto del franchismo con i suoi colori e toni rutilanti. Le stanze sono funzionali a più livelli: c'è la camera da letto, luogo dell'intimità che diventa identità anche per mezzo di quadri e stampe "parlanti", c'è il salotto come spazio dove si prende contatto e soprattutto ci sono le cucine, come già in "Volver" e molto altro cinema almodovariano luoghi sociali di condivisione, emancipazione e formazione - in cucina Janis "insegna" a Ana ad essere madre. Negli interni, come in "The human voice" e "Dolor y gloria", dominano i toni smorzati del verde, dell'arancio, del rosso e del giallo. Restano film orgogliosamente policromi ma molto è cambiato dai colori brillanti e superflat degli inizi punkpop. Il viraggio è la spia visiva di un nuovo Almodovar, più quieto, intimista e relativamente verista, un Almodovar adulto che si ritrova paradossalmente, dopo il definitivo "Dolor y gloria", a poter ripartire da zero e lo fa fondendo privato e politico in un "piccolo" film in stato di grazia.

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22 dicembre 2021