Salone del Mobile Milano

Nati al Satellite

Sara Ricciardi

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Oltre all’attività progettuale in senso stretto, hai esperienze con i bambini, per i quali organizzi workshop ad hoc, e con gli studenti universitari, con il tuo corso di Social Design alla NABA di Milano. Apparentemente mondi lontanissimi. Viene da pensare che il legame sia il gioco, che, in linea di principio, mette sullo stesso piano il progettare, l’insegnamento e l’apprendimento. In fondo un po’ tutte le tue cose hanno una delicata vena giocosa, ludica, non tanto nel segno, quanto nel messaggio. Condividi?

Mi piace molto questa osservazione. Molto spesso la gente rimane stranita da questo assetto multidisciplinare che potrebbe vedermi la mattina impegnata in qualche workshop pazzo con gli studenti nelle periferie di Milano, a pranzo con un trapano alla mano per qualche set/vetrina e nel pomeriggio in una super boutique per progettare i loro nuovi prodotti. Ho un metodo ben preciso, trasversale nelle varie discipline, che si sforza poco di seguire definizioni precostituite. Parto sempre da un grande ascolto e una profonda fiducia nel far generare possibilità dal caos e l’improvvisazione. È un processo che mi porto dietro dal teatro ma funziona molto bene con persone e materiali! In tutto questo caos generativo poi io mi diverto moltissimo, ironia e fatalismo, degli anti-ansiolitici che rendono tutto più semplice, sono i miei cavalli più dotati.
Credo che ci vogliono davvero tanto sforzo e molta passione per condire in maniera sufficientemente saporita la nostra vita e dunque non posso smettere di giocare con entusiasmo con essa. Lo sento come un dovere.


Il tuo linguaggio poi incontra spesso le parole natura e morte - quando proprio non sono insieme nelle tue “nature morte” - e induce a contemplare l’istante. È frutto della tua passione ed educazione all’Ikebana, che dai fiori ha contagiato il tuo approccio in toto?

La morte è una sorta di presenza cupa e vellutata in cui sin da piccola mi sono sentita avvolta – un presagio quotidiano e nefasto – a un certo punto però ho sentito la necessità di non restare intorpidita al di sotto di questa presenza, ma di fermarmi e guardarla molto bene negli occhi. L’Ikebana è stato per me uno degli strumenti che è riuscito a darmi la forza di guardare, con calma e profondo respiro, negli occhi delle mie paure e mi ha insegnato a comporle e distribuirle in precise forme ed estetiche da contemplare. Bisogna rendersi conto dei propri limiti e saperli convertire in elementi di grande nascita progettuale. Ecco che si avvia così un percorso bilanciato e gioioso con il proprio presente.


Quando lavori per un’azienda cosa ti piace di più e cosa di meno? 

Mi piace molto lavorare con le aziende e riuscire a far nascere da tutti i limiti connessi a essa qualcosa che sia comunque molto personale. Muoversi come un’anguilla all’interno dei parametri dettati. A oggi ho trovato solo aziende ben disposte ad accettare la mia modalità di approccio che a ogni presentazione vede un “addobbo” notevole dei loro tavoli da riunione - io arrivo e dispongo tutto ciò che ho studiato sul tavolo tramite materiali, piccoli esperimenti, disegnini, narrative, concept – ciò lascia sempre tutti un po’ perplessi. Poi subentra sempre molta fiducia e libertà di azione per completare al meglio il progetto. Di questo mondo mi piace tutto, anche scontrarmi con le dinamiche di packaging, fornitori, retribuzioni, commerciale ecc. ecc. Fa tutto parte del progetto.


Nel 2016 hai preso parte al SaloneSatellite: ricordi con quale spirito o con quali aspettative hai partecipato? 

Era una delle mie prime esposizioni in assoluto. Ricordo brainstorming giganteschi a parete per partorire ogni singolo pezzo portato in fiera. Fornitori su fornitori, trasporti, produzioni, soluzioni last second. Il SaloneSatellite è una grande e proficua esperienza, mi ha donato tantissimo, restituisce una grande risposta di pubblico, arrivano aziende, elogi e critiche fondamentali, raduni le forze per raccontarti e facendolo ti riscopri come designer. Una volta abbandonate le occhiaie e i gli ultimi spot luce da montare, la grande gioia è vedere quale messaggio arriva al pubblico di ciò che progetti. Definirsi anche tramite gli occhi altrui. Una vetrina a mio parere indispensabile per autovalutarsi come designer. L’ambiente poi è bellissimo - tra amicizie nate a bordo stand, confronti, ordini, giornalisti e molto altro.


Osservi molto da vicino il mondo, ma riesci anche a vederlo da lontano per fare delle sintesi. Questo esprimono i tuoi oggetti, così come le installazioni. Quale parola sceglieresti per sollecitare un abitare calibrato sulle esigenze contemporanee?

Una parola che sento davvero molto potente in questo preciso momento e voglio suggerire è “Identità”. Non bisogna mai dimenticare ciò che siamo e rielaborarlo per creare un messaggio ben definito e sempre autentico. Dobbiamo esplorarci molto per far sgorgare questa unicità presente in ognuno di noi e ciò si ottiene, a mio parere, tramite un rapporto consapevole e propulsivo verso la propria identità.

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01. Fedi
02. - 03. - 04. - 05. Collezione Natura Morta 
06. - 07. Collezione Perimetri Botanici - Photo by Delfino Sisto Legnani
08. - 09. - 10. - 11.  Arcadia, installazione
12. 13. Collezione Quid
14. Collezione Totem - Photo by Delfino Sisto Legnani 
15. - 16. Collezione Vette