Martin Parr loves sports

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Caption © Martin Parr / Magnum Photos

A Torino, presso CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia, una mostra curata da Walter Guadagnini con Monica Poggi ritaglia un percorso tematico nell'opera proteiforme del fotografo britannico: lo sport (e affini).

Martin Parr è uno dei più grandi fotografi viventi non solo perché ha inventato un linguaggio proprio ma perché quel linguaggio è necessario, militante e al contempo divertentissimo. Parr ha portato nella fotografia alcune attitudini tipicamente british: quella per il ritratto socio-antropologico witty, al contempo caustico e complice (che ha fatto la fortuna di tanto britpop, dai Kinks ai Blur) e quella per il terrorismo semantico, l'attentato ontologico che ribalta il mondo camuffato da motto arguto (che ha fatto la fortuna e il fraintendimento di Oscar Wilde tra i molti). Martin Parr si è trovato nel momento giusto - a tempo libero inventato, democratizzato e imposto come dovere di consumatori a working e middle class - e ha trovato da sé i posti giusti: i luoghi del consumo e del divertimento nella società del benessere diffuso dopo il boom post-bellico. Diserta i soggetti classici della bella foto patetica (zone di guerra, ospedali psichiatrici, villaggi africani eccetera) per cercare la verità del suo tempo nelle spiagge, nei parchi tematici, nei (non) luoghi del turismo di massa dove si disinteressa all'attrazione turistica per concentrarsi sulle folle. Dopo che i pionieri americani come William Egglestone hanno rivendicato il soggetto non aulico, Martin Parr si trova appaiato con altri pionieri europei quali Luigi Ghirri nell'intenzione di dissacrare l'aura dell'immagine fotografica, toglierle la pretesa di sguardo puro, primo sul mondo. Non è un caso che una delle foto più iconiche presenti in mostra sia proprio "Kleine Scheidegg" del 1994 dove la gerarchia dei piani tra reale e rappresentazione è invertita. Guardare la realtà delle cose, nella società tardo-capitalista, significa imbattersi continuamente in riproduzioni e altre immagini. Parr e Ghirri sono tra i primi a capire la necessità di fagocitarle per creare immagini alla seconda potenza straniate e stranianti dalle quali passi un pensiero socio-antropologico piuttosto che un distaccato compiacimento estetico.

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Caption © Martin Parr / Magnum Photos

Come negli aforismi di Oscar Wilde, l'aspetto umoristico delle foto di Parr nasce da una sovversione delle aspettative logiche, da un elemento assurdo che si sente perfettamente a suo agio oppure da un punto di vista deviante. “Martin Parr. We Love Sports”, personale dedicata alle foto su campi e piste con excursus finale verso la spiaggia, il luogo preferito da Parr (perché quello in cui più di ogni altro la gente si denuda, letteralmente e metaforicamente), restringe il campo a uno degli interessi del fotografo inglese il quale, antropologo dilettante, segue l'uomo contemporaneo in tutte le fasi nelle quali viene organizzato il suo tempo. Così, da scienziato, stabilisce la cifra tecnica nell'uso di obiettivi macro e del taglio close-up, nella distanza che non influenzi il comportamento del soggetto / oggetto di studio contestuale all'estrema vicinanza da studio entomologico. La mostra è organizzata per blocchi tematici: tra essi una sezione introduttiva di prime foto irlandesi dagli anni '80 in un inconsueto bianco e nero; una di sport e passatempi da tutto il mondo il cui fil rouge è l'assurdo; "A day at the races" che prende le corse di cavalli come osservatorio privilegiato sul classismo britannico e sulla sua esportazione coloniale; una sezione interamente dedicata al tennis su commissione Lavazza oltre a focus specifici sulle tifoserie. Il bonus di fine mostra, come accennato, è il riposo bordo mare.

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

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Camera, Installation View Ph Andrea Guermani

Salone del mobile Salone del mobile

Sono foto sportive dove gli atleti, come i monumenti nelle sue serie turistiche, si vedono, se e quando si vedono, soltanto di sfuggita. A interessare Parr è l'aspetto rituale e sociale che circonda lo sport quindi lo spettatore piuttosto che il campione, il tempo morto piuttosto che il gesto atletico, il kitsch piuttosto che l'enfasi. Se riorganizziamo le immagini in senso cronologico notiamo una evoluzione della poetica di Martin Parr: è costante l'uso spregiudicato del colore e la scelta dei soggetti ma si nota una sorta di graduale resa al caos, soprattutto negli scatti presso gli US Open dove le folle scomposte e isteriche vanno verso la deformazione espressionistica. Se il primo Parr cercava ancora un senso nelle forme del mondo, per quanto fosse obliquo, comico o grottesco, le scene più recenti alludono a inferni fiamminghi declinati al contemporaneo, i volti mostruosi rimandano alla "Salita al Calvario" di Hieronymus Bosch. E in fondo la grandezza di Martin Parr sta anche in questo: nella capacità di evocare con la stessa fotografia Rafael Nadal, Tom Wolfe e Hieronymus Bosch.

8 novembre 2021