Giovanni Gastel. Un amico del Salone

Ci piace ricordarlo come “amico” del Salone, avendo contribuito con la sua affabilità, generosità e professionalità a diffondere l’emozione di Milano e della sua cultura nel mondo. Nell’aprile 2018, gli avevamo, infatti, chiesto – unitamente ad alcuni altri portavoce della cultura meneghina – un suo pensiero sui valori e sui concetti espressi nel Manifesto del Salone del Mobile.Milano, allora appena presentato alla stampa. E, nello stesso anno, lo avevamo invitato a far parte della giuria della 3a edizione del Salone del Mobile.Milano award, condividendo il suo senso estetico e il suo giudizio di qualità. Poi, più recentemente, ci aveva rilasciato una pillola per Instagram, un atto d’amore per il Salone, che “ho sempre usato” spiegava, “sia come set, sia come esposizione delle mie opere dedicate al design e all’architettura”. Infine, lo abbiamo raccontato, nel Magazine, attraverso l’espressività dei suoi ritratti, affondi nei meandri della psicologia, esposti nella grande mostra al Maxxi, appena conclusasi.

Ma, in primis, Giovanni Gastel era ben altro, e profondamente altro: un artista engagé, alla ricerca della bellezza e dell’anima, e della poesia che c’è tra la vita. Un portavoce di eleganza, quella innata – che non si compra, ma regalata (ad alcuni) alla nascita. Un uomo vero e sincero che aveva ammesso pubblicamente i propri limiti, le proprie paure, le proprie speranze, nonché la propria fortuna: in particolare, quella che il Made in Italy, il sistema del prêt-à-porter che ha rivoluzionato la storia della moda, fosse nato proprio a Milano, “sotto casa”.

La prima foto la fece a 17 anni, la prima copertina a 26, e da lì fu solo un crescendo. 40 anni di scatti che hanno rivoluzionato il mondo del fashion e quello della sua editoria. “Non so se è arte o no quello che faccio” aveva dichiarato, “so solo che se non fotografo sto male”. E dietro al suo obiettivo, con cui era cresciuto, sempre da autodidatta, contro le ambizioni che sognavano per lui i suoi genitori, seduceva e voleva essere sedotto.

Con le sue fotografie, punto di raccolta di stile, di cultura e di charme, ha contribuito silenziosamente alla trasformazione di una città, da industriale a polo artistico. Dei milanesi e dei lombardi evidenziava quella serietà imprenditoriale applicata anche a settori creativi, che riteneva essere un connubio abbastanza raro. Quell’impegno a fare sempre meglio, che lui per primo ha applicato alla sua arte, conservando le prime foto, brutte a dir suo, per far comprendere agli altri che nella vita si può sempre migliorare.

Amava scrivere poesie, espressione di una necessità e figlie di un latente stato di inquietudine, proprio come la sua fotografia. E proprio lui, che dava del tu alla bellezza, vogliamo ricordarlo con questa poesia, fra le sue ultimissime: “Se potessi raccontarvi una storia/ una storia bella/ con un finale lieto/ come nei film americani/ vi racconterei di un bambino malinconico/ che dalle sponde di un lago/ ha visto la bellezza venirlo a cercare./ Lei gli ha detto/ -Seguimi/ non ti prometto la pace/ ma attimi di intensa gioia/ che valgono una vita.-/ Lui l’ha seguita/ e lei l’ha difeso dalla durezza/ del vivere./ Non ha vissuto/ felice e contento. / Ma ha vissuto con grande intensità/ quel viaggio sublime che chiamiamo vita”.

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