TALKS

Massimo Giacon

artista, fumettista, designer, performer

“Alla fine ci si rende conto che la vita è troppo breve per fare tutto, ma almeno vale la pena provarci”.


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Si divide fra Padova, sua città di nascita, e Milano, dove lavora, sospeso tra le diverse attività di fumettista, illustratore, designer, artista e musicista.
Negli anni Ottanta è stato uno dei protagonisti del rinnovamento del fumetto italiano scaturito da riviste come Frigidaire, Alter, Dolce Vita, Cyborg e Nova Express. Nel 1985 l’incontro con Ettore Sottsass segna il suo ingresso nel mondo del design. Alla collaborazione con lo studio di architettura Sottsass Associati fanno seguito quelle con Matteo Thun, Studio Mendini, Sieger Design e numerosi progetti per Olivetti, Memphis, Artemide, Alessi, Swatch, Philips, Ritzenhoff, Telecom.
Negli anni Novanta inizia un'attività artistica, da cui nascono numerose personali e collettive in Italia, Svizzera, America, Grecia, Portogallo e Germania. Dopo un decennio di attività musicale con diversi gruppi, nel 1996 esce il suo primo album solista Horror Vacui, nel 2003 esce il secondo Nella città Ideale.
Ha disegnato arazzi, tappeti, ceramiche, oggetti per la cucina; prodotto illustrazioni pubblicitarie; collaborato con stilisti e riviste di moda (fra gli altri Romeo Gigli, Elle e Glamour), creato allestimenti per esposizioni internazionali e animazioni per la televisione.
Nel 2008 ha ideato per Super-Ego la serie di sculture in ceramica in tiratura Limitata “The Pop Will Eat Himself”. A settembre del 2015 è uscito Ettore, libro a fumetti su Ettore Sottsass (Il Sole 24 Ore Cultura).
Attualmente, oltre a continuare l’attività artistico-performativa, sta sviluppando la produzione di diversi oggetti per Alessi, disegna fumetti e graphic novel (per Rizzoli-Lizard e Il Sole 24 Ore Cultura) e insegna a Milano all'Istituto Europeo di Design.

Sei illustratore, fumettista, designer, artista, come definiresti il tuo lavoro? E come racconteresti il tuo approccio creativo?

Non penso si tratti di un approccio particolarmente originale. Dopotutto molte personalità creative hanno deciso di indirizzarsi su più media, esplorando varie forme di comunicazione.  A me è venuto naturale, anche se può essere dispersivo, perché ci sono particolari che mi sembra di tralasciare, sperimentazioni ancora da esplorare, tecniche da apprendere. Alla fine ci si rende conto che la vita è troppo breve per fare tutto, ma almeno vale la pena provarci. La domanda potrebbe essere se riesco a fare tutte queste cose bene, ma la risposta viene dall’esterno, se dovessi rispondere io direi che non sono mai soddisfatto completamente di quel che faccio.

Hai un approccio multidisciplinare e lavori con committenti molto diversi (case editrici, aziende, ecc.). Dove cerchi i tuoi riferimenti e a cosa ti ispiri?

Ho una vasta biblioteca. Ho anche una vasta biblioteca mentale e una testa che elabora. Siccome sono un pessimo copista a volte copio disegni e idee dagli altri, ma siccome copio malissimo alla fine diventano mie, e sembrano originali. Aaaah… ma ora che vi ho svelato il mio torbido segreto dovrò uccidervi!

Quanto ha inciso nel tuo percorso personale e professionale l’incontro con Ettore Sottsass?

In tutti e due i casi moltissimo. Se non avessi trovato lui, non avrei mai trovato la spinta per trasferirmi dalla provincia a Milano, non sarei entrato nel mondo del design dalla porta principale, forse non avrei mai dipinto né sarei entrato nel mondo dell’arte contemporanea. Non so se ci sarei arrivato da solo, ma lui comunque ha contribuito ad accelerare i tempi. Sul piano umano Ettore è stato molto generoso con me (ma non solo con me, ci sono molte persone che devono molto alla sua volontà di condividere idee, contatti e progetti). La parola che definisce nella maniera migliore il pensiero di Ettore secondo me è “collaborazione”.

Essere un designer e aver lavorato con un grande maestro quanto ha influito sul tuo lavoro come fumettista/disegnatore? Che imprinting ti ha dato?

Se devo parlare del mio lavoro legato al fumetto qui la musica cambia un po’. Quando ho iniziato a pubblicare conoscevo molto poco del lavoro di Ettore e di Memphis e, tutto sommato, anche dell’arte dei futuristi italiani (a cui le mie prime cose sono spesso accomunate). Questo perché i miei riferimenti erano tutti nel mondo fumettistico, dove si possono trovare costanti sintonie con l’intera storia dell’arte: pensi al Pop e lo trovi nei fumetti supereroistici americani, pensi al Minimalismo e lo trovi in certi graphic novel, pensi al Futurismo e lo trovi nel Signor Bonaventura, pensi all’Espressionismo e lo trovi in Will Eisner. Esistono queste due discipline che corrono su binari paralleli e spesso si incrociano. Era destino, evidentemente, che il mio lavoro si incrociasse con quello di Memphis. Sentivamo tutti il respiro di quel tempo, quel cambiamento duro e colorato. Gli anni Ottanta, che mescolavano eroina e disimpegno, neocapitalismo selvaggio e fashion, cinismo e colori fluo.

Dal momento che lavori con committenti molto diversi fra loro, come cambia il rapporto che instauri con loro di volta in volta?

Cerco di essere pratico. Non faccio la star e sono sempre pronto alle modifiche, se sono ragionevoli. Raramente mi sono arrabbiato con un committente che non capiva niente. Non dico che non sia capitato mai, ma penso che in genere si tratti di persone intelligenti abbastanza da capire che se si affideranno a me, io farò qualcosa a modo mio e non usando uno stile che non mi appartiene. Un tempo da un noto critico d’arte ho sentito questa frase: “Non ho mai conosciuto un artista bravo che non fosse anche capace di ascoltare”, e su questa enunciazione direi che sono abbastanza d’accordo.

Nel tuo graphic novel Ettore fumetto e design si incrociano. Che rapporto pensi ci sia fra queste due discipline?

Sono ambedue discipline che si muovono nel mondo del progetto. Ho sempre pensato che chi ha iniziato facendo fumetti e poi è passato ad altre discipline ha sempre avuto una marcia in più (basti pensare a Fellini, a Massimo Josa Ghini, anche Mendini all’inizio voleva lavorare per il mondo dei cartoon). Perché fare fumetti è una disciplina dura, non devi pensare solo a come disegnare la storia che vuoi raccontare, ma devi risolvere costantemente un sacco di problemi: come si rapportano i personaggi nello spazio? Come si vestono? Quali oggetti mettere nelle stanze? Decine e decine di domande di questo tipo, per le quali non hai molto tempo per rispondere.

Come immagini il tuo lavoro fra dieci anni?

Dal punto di vista sociale, se ragionassi da pessimista, direi che se le cose rimangono così tra dieci anni chi avrà un lavoro retribuito sarà un privilegiato. Questa cosa è un paradosso, dato che negli anni Settanta si parlava di lavoro Zero o di fine del lavoro come un obiettivo della classe operaia, mentre ora, quasi, ci si mette in ginocchio per continuare a lavorare. Io sono ottimista e spero che questi problemi si risolvano, e che le tecnologie ci aiutino a lavorare meno e a lavorare meglio, mentre in questo momento ci fanno lavorare di più, concentrando competenze che un tempo appartenevano a più soggetti su un’unica persona, e velocizzando sempre di più i tempi.

Come vivi il tuo rapporto con la casa? È cambiato negli anni? Se sì, come?

La mia casa è luogo di relax, ma anche un concentrato di divertimento: è dove cucino per gli amici, dove gioco (sono appassionato di giochi da tavolo e videogiochi), dove sto in giardino, dove gioco con i miei gatti. Un tempo non ero affezionato alle case, e ho fatto molte resistenze a comprarne una mia. Non volevo responsabilità, non volevo affezionarmi a un posto. Poi la mia compagna ha insistito molto, e alla fine mi trovo ad avere una casa ed è una casa costruita proprio a mia misura. Continuo a pensare però che non mi ci devo affezionare troppo.

Un rituale domestico al quale sei particolarmente affezionato?

Se sono a casa, qualsiasi cosa io stia facendo, alle 14 mi siedo sul divano e guardo “I Simpson”. È più forte di me, anche se ho visto lo stesso episodio più volte. Mi rassicura, mi fa sentire bene, è la mia coperta di Linus.

Se dovessi salvare tre cose della tua casa, quali sarebbero?

La mia busta con le penne e gli attrezzi per disegnare, la mia vecchia scrivania, il giardino.

Un oggetto secondo te iconico del design?

Ovviamente la Moka Bialetti. Ricorre spesso nei miei disegni, anche senza che io ci pensi molto su. È un oggetto che mi piace disegnare.

A cosa stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in testa ben cinque libri diversi: un libro per bambini, un nuovo graphic novel sul design, un’avventura esoterica ambientata nella Padova degli anni Settanta, una specie di diario disegnato e una raccolta di storie brevi. Ma chissà quale vedrà la luce per prima, è quasi un piano quinquennale! Poi ci sarebbero degli oggetti in marmo, dei nuovi oggetti per Alessi, delle ceramiche, una mostra a Montréal, la raccolta riveduta e masterizzata delle musiche che facevo negli anni Ottanta con le mie due band, ma onestamente non so al momento se riuscirò a fare proprio tutto.