TALKS

James Biber

Architetto

‘Being better at architecture means doing more than architecture’


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James Biber ha svolto la sua attività professionale in un ambiente multidisciplinare per più di 25 anni. Formatosi alla Cornell University come biologo, poi come architetto, ha basato il suo lavoro sulla convinzione che l’architettura è espressione di ‘identità’ che non può vivere separata dal linguaggio formale e strutturale. Il risultato è un'architettura strettamente legata al suo contesto, sia esso fisico, culturale o metaforico.

Tra i progetti di Biber si ricordano il Padiglione USA all'Expo Milano 2015, il Museo Harley-Davidson a Milwaukee, una residenza privata negli Hamptons, il Millennium Time Capsule, le gallerie dell'Istituto Koch del MIT e, a New York, il Macaulay Honors College della CUNY, gli spazi pubblici del Dipartimento di Libertà vigilata e il negozio Best Made Company.

Nella società digitale e globale, come definirebbe il suo lavoro e come racconterebbe il suo approccio progettuale?

“L'architettura è essenzialmente il risultato ‘analogico’ generato da un processo in gran parte digitale. Anche l'edificio più digitalmente avanzato vive in un mondo tridimensionale che rimane, in qualche modo, immutato per secoli. Basta osservare le città più storiche, ad esempio Milano, che funzionano bene nel nostro mondo digitale, veloce e interconnesso perché le persone sono cambiate meno di quanto siamo disposti ad ammettere.

Per me l'architettura è una costante che media il mondo fisico, plasma le interazioni sociali e crea un contesto per tutte le attività umane”.

Oggi si parla troppo spesso di design. Dove cerca i suoi riferimenti e a cosa guarda?

“L’arte è una costante fonte di ispirazione e di idee che riescono a rimanere opportunamente distaccate dagli aspetti funzionali e consumistici. La storia, invece, è uno strumento di ricerca, un catalogo virtuale di lezioni. Il mondo online ci permette un’immediatezza fino ad ora impensabile”.


Viviamo in un mondo in cui cultura, creatività, innovazione si intrecciano. Cosa è importante nel processo creativo?

“Per noi, l'identità è al centro di tutta la progettazione. Il nostro processo creativo viene forgiato dalla ricerca della vera identità del cliente, dell’utente o dell’istituzione. La sinergia è come l'identità: prende forma con la cultura, l'arte, l’immagine 2 e 3D, la metafora e la narrazione che si uniscono per creare un'identità leggibile”.


Come vive il suo rapporto con le aziende/clienti?

“Un mio partner una volta ha detto "non cercare clienti, cerca amici", e mentre questo sembra quasi infantile nella sua semplicità è essenzialmente vero. Contiamo sulle persone con cui lavoriamo per fare grandi progetti. Ci piace lavorare con le persone più intelligenti del pianeta. Clienti “smart” in un rapporto di fiducia sono la migliore garanzia per dare il nostro meglio.

Una volta pensavo che in ordine di importanza le priorità fossero LAVORO, PERSONE, SOLDI, ecc. Ora sono certo che la priorità sono le PERSONE, e dopodiché ogni cosa si sistema da sé!”
 

Come si stanno modificando gli stili di vita dell’abitare? Quanto è importante conoscere i bisogni  dell’individuo come persona?

“Sul fronte dei progetti residenziali si configura una fotografia che porta a una visione sempre più intima della vita individuale e degli stili dell’abitare, mentre per quanto riguarda i progetti pubblici stiamo guardando con attenzione l’evolversi degli stili di vita della società (o dei sottogruppi). Recentemente il nostro lavoro per le classi meno privilegiate di New York ci ha portato a confrontarci con stili di vita e priorità ben al di fuori dalla nostra normale attività e visione. Ciò è molto istruttivo e riorienta in modo rimarchevole gli approcci alla progettazione”.
 

Se dovesse immaginarsi tra 10 anni: in quale casa, in quale lavoro, in quale città?

“Fra 10 anni spero di poter vivere in alcuni posti: la città di New York, la campagna intorno a New York, Milano e possibilmente Los Angeles. O almeno in tre su quattro di questi! Abbiamo, fino a poco tempo fa, avuto case nei primi tre luoghi indicati: la nostra vita ha toccato quasi tutti i ‘posti speciali’ che amiamo. Città e campagna hanno entrambe un'attrazione speciale per noi (e il nostro cane!), mentre il mondo delle periferie, dove sono cresciuto, è un’esperienza che non risponde alle nostre esigenze di vita. La periferia è proprio un luogo con cui spero di non dovermi mai confrontare”.
 

Come vive il rapporto con la casa? E qual è la sua stanza preferita?

“Vivo una duplice relazione: di chi “vive” la casa e di chi la progetta per gli altri, e questi sono rapporti completamente diversi l’uno dall’altro. Come abitante della casa amo la patina del tempo; l'idiosincrasia di stanze che sono troppo piccole o troppo grandi; di vedute imperfette e spazi intermedi. Come architetto, la chiarezza e la semplicità per mascherare la complessità sono elementi fondamentali.

Le mie stanze preferite sono quelle tra interno ed esterno; cortili, verande, portici, e gli strati che mediano l'interno ed esterno”.