TALKS

Maria Sebregondi

Moleskine Brand Equity Senior Advisor e Company Brand Ambassador

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Credo che il futuro risieda nel design thinking, nel design strategico come approccio sistemico a problemi complessi e a bisogni emergenti”.

I taccuini Moleskine nascono negli anni Novanta da un’intuizione di Maria Sebregondi che, per rispondere alla richiesta di Modo&Modo di ideare degli oggetti per viaggiatori colti, sceglie di riportare in vita gli storici taccuini di viaggio, ormai fuori produzione da diversi anni, amati da Chatwin e da lui celebrati ne Le vie dei canti (1986). Nasce, così, una prima linea di quaderni sofisticata ed elegante nella sua semplicità, curata in ogni piccolo dettaglio e portatrice di una storia ricca di suggestioni artistiche e letterarie.
Da allora in poi, Maria Sebregondi non ha mai smesso di occuparsi di Moleskine, curandone lo sviluppo e le strategie di brand e di comunicazione.
Dal 2007 al 2015 è stata responsabile della Brand Equity di Moleskine SpA, seguendo in particolare i progetti di sviluppo del brand nella costruzione di reti sociali on e offline. Dal 2016 è Brand Equity Senior Advisor e Company Brand Ambassador.
In precedenza, ha collaborato a diversi progetti formativi legati alla creatività e all’innovazione, rivolti a imprese e istituzioni.
È autrice di saggi socio-antropologici sulle mutazioni contemporanee per la collana “Industria e Design” Electa e di articoli per quotidiani e riviste, con particolare attenzione ai nuovi linguaggi. Ha lavorato con la scrittura in diverse aree, dalla scrittura creativa al copywriting, dalla saggistica alla traduzione letteraria.
Nel 2015, la casa editrice Quodlibet ha ristampato il suo Etimologiario, piccolo dizionario etimologico di tipo fantastico, dove le etimologie di invenzione rivelano una loro inaspettata e calzante giustezza, che amplia, ribalta, amplifica – a seconda dei casi – il significato primario delle parole.
È membro di OPLEPO, Opificio di Letteratura Potenziale e socio promotore di lettera27, fondazione non profit che sostiene il diritto all’alfabetizzazione, all’istruzione e, più in generale, all’accesso, alla conoscenza e all'informazione. 

Sociologa, traduttrice e fondatrice di Moleskine, il suo è un percorso professionale multidisciplinare. Come definirebbe, oggi, il suo lavoro?

Mi piace pensarmi come un’interprete del tempo che vivo con antenne pronte a captare i segnali di futuro all’orizzonte e una coda in grado di trattenere frammenti di passato, memoria di ciò che è stato. Catturare lo spirito del tempo è per me sia un’ispirazione sia un’aspirazione: una sfida continua e qualcosa a cui tendere ogni giorno.

L’intuizione alla base di Moleskine è stata quella di rendere contemporanei i taccuini usati in passato da grandi artisti e scrittori, da Van Gogh a Chatwin, quanto conta nella sua azienda il dialogo continuo fra passato e presente, fra tradizione e innovazione?

Per come è stato concepito il suo progetto fin dall’inizio, la combinazione fra questi poli è sempre stata un elemento centrale. Tutte le collezioni di Smart Notebooks, che stiamo lanciando in questo periodo e che stanno avendo molto successo, sono proprio una sintesi fra il più tradizionale modo di scrivere – con carta e penna – e la dimensione digitale, che consente di editare, archiviare e condividere le proprie note. Il ponte fra analogico e digitale, fra alta e bassa tecnologia, fra gestualità antiche e altre futuribili è sia il nostro panorama, quello in cui ci sentiamo più a nostro agio, sia un ecosistema in divenire che vogliamo contribuire a definire e sviluppare.

Con lo sguardo della sociologa e della creativa, ci dà una sua definizione di “buon” design?

Penso che sia finita l’epoca del design di prodotto, inteso come progetto e sviluppo di un singolo oggetto, per quanto bello possa essere. Credo che il futuro risieda nel design thinking, nel design strategico come approccio sistemico a problemi complessi e a bisogni emergenti. È necessario ragionare per sistemi, per relazioni, per percorsi multidisciplinari in grado di disegnare esperienze coerenti con il tempo che stiamo vivendo e le sue necessità. Sono questi i parametri per misurare, oggi, un buon design, che per sua stessa natura deve sempre trovare risposte semplici, efficaci ed efficienti a domande concrete.

Per esempio, mi sembra molto interessante la tecnologia applicata alla casa nel momento in cui semplifica la vita, da un lato e, dall’altro, amplifica le nostre esperienze e le nostre possibilità relazionali. Ma trovo che abbia senso solo se si rivela davvero utile per le persone che abitano lo spazio domestico e non una complicazione, qualcosa di puramente decorativo ma sostanzialmente superfluo, come spesso accade. Il design deve essere semplice e utile, gli statement estetici e stilistici fini a se stessi tradiscono quella che dovrebbe essere la sua missione.

Nello scenario del design contemporaneo cosa le interessa? C’è qualcosa che la appassiona in modo particolare?

Mi affascina molto l’interface design, trovo che la progettazione dell’interfaccia utente sia la chiave di tutte le innovazioni tecnologiche, di tutte le esperienze che grazie alla tecnologia si vanno costruendo. Mi sembra che l’ambito dell’interfaccia insieme a quello dell’intelligenza artificiale sia quello più aperto alla sperimentazione e all’indagine.

Architetti e designer intrattengono ancora oggi un rapporto molto stretto con il foglio di carta, per schizzare l'idea, per tradurla in un progetto. Come vede il dialogo fra analogico e digitale, partendo dalla sua esperienza di “professionista della carta”?

Sicuramente è un dialogo fertile, tant’è che Moleskine sta lavorando – come raccontavo prima – per progettare nuovi prodotti e nuovi servizi che tengano insieme queste due dimensioni. Il gesto antico è e rimane molto ricco e importante per un progettista, anche perché spesso le idee arrivano quando si è lontani dal proprio tavolo di lavoro e, in questi casi, un foglio di carta e una matita sono alleati preziosi. Penso, inoltre, che sia bello tenere traccia di un percorso, dalle prime intuizioni appena accennate fino al progetto completo e sviluppato in ogni sua parte e, se è vero che la carta consente di tracciare meglio questo tipo di sequenzialità, è altrettanto vero che poter poi digitalizzare in modo facile e immediato l’intero percorso fatto su carta è qualcosa di utile ed estremamente efficace. Credo nell’integrazione, insomma. Si tratta solo di capire come far convivere questi due mondi per disegnare un’esperienza sempre più ricca e intensa per il fruitore.

Qual è il suo rapporto con la casa?

Passo a casa meno tempo di quello che vorrei. Mi piace molto stare fra i miei libri e le mie carte, sul divano a chiacchierare, ma soprattutto in cucina, sicuramente è questo il luogo in cui passo la maggior parte del mio tempo domestico.

C’è un rituale domestico al quale è particolarmente affezionata?

Sono decisamente una persona poco rituale, ma mi piace molto cucinare, mi rilassa. Mettermi a “manovrare” con i fornelli e gli attrezzi da cucina è sicuramente la prima cosa che faccio quando rientro a casa. Direi che cucinare è la cosa che più si avvicina per me a un rituale domestico.

Ci sono degli oggetti della sua casa da cui non si separerebbe mai?

Non mi affeziono molto agli oggetti della casa, mentre sono più legata alle cose che porto con me ogni giorno, che si caricano di valenze simboliche ed emotive e finiscono per essere quasi dei talismani: un portachiavi che mi accompagna da più di vent’anni e che non cambierei mai, un piccolo sasso lucido che assomiglia a un occhio – e che per questo chiamo il mio terzo occhio – e naturalmente la mia fida agenda Moleskine. In questo modo, mi creo una sorta di comfort zone itinerante, ovunque io mi trovi, posso sentirmi un po’ a casa perché ho con me il mio sasso o il mio portachiavi.

Un oggetto secondo lei iconico del design?

Fortunatamente di oggetti iconici ce ne sono tanti e raccontano momenti storici diversi. Sicuramente, però, se dovessi scegliere, direi la piccola lampada Eclisse di Vico Magistretti, per il suo gioco di sfere che si intrecciano e si incontrano e per la sua portabilità. Un oggetto semplice e complesso allo stesso tempo. In generale mi piacciono molto le luci e non a caso il secondo oggetto che mi viene in mente è Luccellino di Ingo Maurer, una luce minima, molto poetica. Sembra quasi un gesto, un haiku.

Tornando al suo percorso professionale, come immagina il suo lavoro nel futuro prossimo?

Direi che per me come per tutti, il lavoro sarà sempre più mobile, meno legato a postazioni fisse e ai luoghi canonici. Con un’alternanza sempre più marcata di analogico e digitale.

Moleskine ha da poco lanciato un progetto di grande suggestione: il magazine The Towner (http://www.thetowner.com/it/). Ci racconta come è nata l’idea?

Ho sempre pensato a Moleskine come a una marca culturale, le pagine dei suoi taccuini nel tempo si sono riempite dei pensieri e degli appunti di pensatori, creativi, scrittori, viaggiatori; con questa storia alle spalle è stato abbastanza naturale per noi fare il salto e diventare editori di contenuti, affiancando all’area publishing –  dedicata a edizioni speciali di architettura, design e illustrazione – un vero e proprio magazine. Il focus sulle città è coerente con il nostro desiderio di raccontare gli spazi urbani che abbiamo sin da quando lanciammo, ormai dieci anni fa, i City Notebooks. Il punto di forza credo che sia la presenza di un gruppo redazionale autonomo, molto preparato, composto da giovani scrittori e giornalisti, guidati da Tim Small. Per ora siamo ancora in una fase di avvio, abbiamo da poco lanciato anche la versione in inglese e speriamo di poter crescere. È una scommessa che abbiamo voluto cogliere e che speriamo raccolga attorno a sé una comunità di lettori appassionati.