TALKS

Giorgia Lupi

Information designer

“Senza design non c’è innovazione, il senso che ha oggi fare design è quello che ha sempre avuto: progettare il presente e il futuro.


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Giorgia Lupi è una information designer. Il suo lavoro si sviluppa a cavallo fra la dimensione analogica (la stampa) e quella digitale (il web), per realizzare modelli visuali e metafore in grado di rappresentare, attraverso i dati, storie dense e complesse. Mescolando dati quantitativi e storytelling, Giorgia ci dimostra che i dati non sono mai impersonali ma possono essere il punto di partenza di una narrazione, per immagini, di saperi, attitudini, paradigmi culturali e persone.

I suoi lavori sono stati pubblicati su testate come New York Times, Wired, The Guardian, The Washington Post, Forbes, Slate, Flash Art, Art Tribune, The Atlantic, Business Insider, Vice Magazine, Corriere della Sera, Il Post, La Stampa, Ottagono ed El Pais e sono comparsi in libri come Understanding the World – The Atlas of Infographics, The Best American Infographics 2014, The Information Designers Sketchbooks e An Infographic History of the World.

Ha, inoltre, ricevuto diversi riconoscimenti, fra i quali The Gold Medal in Data Visualization Projects and Most Beautiful Projects The Kantar Information is Beautiful Awards 2015 e Gold Medal for Data Journalism O’Reilly Strata. Poche settimane fa, nel corso della Milano Design Week, le è stato conferito il Premio Lezioni di Design 2016.

Il tuo lavoro incrocia dati e design, come lo definiresti? E come racconteresti il tuo approccio progettuale?

Mi definisco una information designer, lavoro a cavallo tra numeri e immagini, per presentare visivamente contenuti sia qualitativi che quantitativi in maniera efficace, chiara e accessibile. L’obiettivo del mio lavoro è trovare un equilibrio fra una corretta rappresentazione della complessità sottostante ai fenomeni narrati e la ricerca di modalità di comunicazione visiva in grado di renderla accessibile e accattivante.

Il mio approccio progettuale è sicuramente “artigianale”, cerco di iniziare qualsiasi processo di lavoro con i dati in maniera manuale e analogica, passando tempo a capire i dati e disegnando molto: per comprendere come organizzare i dati a livello spaziale, per definire sia l’architettura della composizione sia gli aspetti visivi dei minimi dettagli.

Oggi si parla molto, forse troppo di design. Per te cosa significa? E che ruolo ha oggi il design nel mercato e nelle nostre vite. E ancora, che senso ha oggi essere un designer, per come interpreti tu questa professione?

Non credo si parli troppo di design oggi, anzi, perlomeno se con “design” intendiamo il significato più ampio del termine e non ci limitiamo al design di oggetti o mobili. Spesso, infatti, alla parola design si associa il prodotto ma questo è ovviamente molto limitante. Design è farsi le domande giuste per iniziare qualsiasi progetto, design è il processo del capire come funzionano i fenomeni, design è organizzare le informazioni a disposizione e procedere parallelamente in maniera visionaria e al dettaglio.

Più che un ambito, il design è un approccio. La maggior parte di noi non si rende conto di quanto il design sia presente nelle nostre vite e nel nostro quotidiano, dagli oggetti che utilizziamo ovviamente, anche quelli più comuni, ai servizi di cui usufruiamo, alle comunicazioni che consumiamo.

Senza design non c’è innovazione, il senso che ha oggi fare design è quello che ha sempre avuto: progettare il presente e il futuro.

Immaginando il tuo lavoro tra 10 anni, cosa vedi?

Spero di essere impegnata a fare qualcosa che ora non riesco nemmeno a immaginare!

Dove cerchi e trovi ispirazione, cosa guardi, che riferimenti hai?

Mi affascinano le arti astratte, l’estetica delle notazioni musicali contemporanee e tradizionali, i disegni astronomici e scientifici e il mondo della rappresentazione architettonica. Dico spesso che, prima di sedermi e approvare qualsiasi progetto di design e data visualization, mi prendo tempo per perdermi in immagini, per lasciarmi ispirare da composizioni visive che mi attraggono. Ho capito di essere ispirata soprattutto da linguaggi visivi che sono in qualche modo già convenzionali, come quelli che descrivevo prima.

Passo molto tempo a chiedermi cosa mi piace di quello che vedo e quali sono le regole, le forme, i colori, i bilanciamenti che mi affascinano. Credo che, prima di imparare a progettare, sia necessario imparare a osservare.

Raccontaci un tuo progetto recente, Dear Data per esempio.

Dear Data è sicuramente un esempio interessante per definire il mio approccio progettuale e la mia ricerca in ambito di data e data visualization. Per un anno intero, Stefanie Posavec (information designer basata a Londra) e io abbiamo condiviso praticamente tutto di noi stesse attraverso i nostri dati personali e attraverso questo continuo scambio di dati, abbiamo imparato a conoscerci e siamo diventate amiche, al punto da essere ora molto vicine, come con poche altre persone mi capita.

Il format del progetto – che trovate qui: www.dear-data.com – è molto chiaro: ogni settimana, per 52 settimane, abbiamo indagato ciascuna la propria vita attraverso un preciso argomento che abbiamo mappato in forma di dati: dalle nostre indecisioni ai pensieri negativi, dalle emozioni ai nostri desideri… non contando solo il numero di volte in cui ci siamo sentite indecise o emozionate, ma aggiungendo ognuna dettagli personali attorno a questi temi.

Alla fine di ogni settimana, abbiamo manualmente visualizzato questi dati l’una per l’altra: su una cartolina che abbiamo spedito al di là dell’oceano (io vivo a New York e Stefanie a Londra). Il fronte della cartolina contiene il nostro data-drawing, mentre il retro, oltre all’indirizzo dell’altra persona, contiene la legenda per interpretare la nostra settimana in dati.

Trovo che questa sia una bella dimostrazione di come i dati possano aiutarci a renderci paradossalmente più “umani”, di come i dati non siano solo numeri fini a sé stessi ma rappresentino sempre qualcosa d’altro, persone, pensieri, oggetti, comportamenti. Penso che chiunque lavori tutti i giorni con i dati debba tenere a mente che, se visti attraverso la lente giusta, possono aiutarci a creare connessioni, legami, a capire meglio la nostra natura e avvicinarci a essa e non invece portare ad allontanarci, come spesso si crede.

Rimuovendo poi completamente la tecnologia dall’equazione, ci siamo rese conto di dover sopperire a questa mancanza imparando a diventare designer migliori: siamo state portate a inventare ognuna 52 nuovi e differenti linguaggi visivi, perché il disegno a mano libera porta inevitabilmente a creare rappresentazioni cucite su misura dei dati, non risentendo dei vincoli imposti dai modelli “prefabbricati” che troviamo nei software di visualizzazione.

Più in generale, sperimentazioni di questo tipo, dove strumenti, processi e tecnologie sono fortemente vincolati per scelta, possono insegnarci molto rispetto alla prospettiva attraverso cui guardiamo ai dati, perché questo spostamento dell’attenzione lontano dagli aspetti tecnologici ci avvicina al vero significato dell’informazione: una volta che siamo riusciti a cogliere e rappresentare efficacemente quello che i numeri rappresentano, può avere senso reintrodurre la tecnologia nel processo di progettazione.

Credo ci sia un grande potenziale nell’esplorazione di modalità per misurare e registrare le esperienze personali senza ridurle a semplici quantificazioni. Con Dear Data abbiamo provato ad arricchire i nostri dati di aspetti molto “qualitativi”: storie, emozioni e sfumature che ogni settimana ci hanno aiutato a inserire i numeri all’interno di un contesto umano e personale, descrivendo così una realtà complessa e ricca. Con questo progetto abbiamo provato a dimostrare che i dati non devono per forza spaventare e che non devono per forza essere “big” per essere significativi e avere un impatto; dati piccoli, intelligenti e contestuali possono aiutarci a capire il mondo, le persone e i comportamenti esattamente allo stesso modo, se non meglio, dei grandi flussi che vengono in mente pensando ai colossi dei dati come Google o Facebook.

Come descriveresti la tua casa? Con quali aggettivi?

Bianca, alta, luminosa, vuota ma con tanti fogli, pennarelli, matite e schizzi archiviati in maniera precisa e ossessiva.

È ormai noto che tu disegni sempre e ovunque… Anche case? Interni? Se sì, ci mostri qualcosa?

Non molto, disegno interni quando – come spesso capita – a cena col mio compagno disegno distrattamente mentre chiacchieriamo, oppure semplicemente come schizzi per pianificare qualche cambio nella nostra casa, qualche esempio molto lo-fi lo trovate sul mio profilo Instagram (@giorgia_lupi).

Una “cosa” di casa tua di cui non potresti mai fare a meno?

La luce, e la vista sulla città che amo, New York. Non abbiamo nessun quadro, o stampa appesa in casa proprio perché New York dalla finestra è già abbastanza caratterizzante!

Un progetto o un designer della storia del design che consideri un’icona e perché?

Massimo Vignelli, information designer che ha progettato oggetti e comunicazioni visive che fanno parte della vita di tutti i giorni, dalla mappa della metropolitana di New York City al logo di Ford e American Airlines (sopravvissuto per 45 anni prima di una rivisitazione nel 2013) passando per la segnaletica della stazione Termini a Roma e gli interni della chiesa St. Peter a Manhattan.

Nel The Vignelli Canon scrive questa cosa che mi affascina molto: “Ho scoperto che ciò che conta è sapere padroneggiare una disciplina del design per essere in grado di progettare qualsiasi cosa” e io sono d’accordo: il design è uno solo, è un approccio e se si è in grado di progettare una cosa, si può paradossalmente arrivare a progettare tutto.

E invece un’icona del nostro tempo?

Aaron Koblin, un artista digitale multimediale. Americano e imprenditore, famoso per l’uso incredibilmente creativo di dati e di crowdsourcing che adotta nelle sue opere: da video musicali a film interattivi. Negli ultimi anni ha reso “creatori” di piccoli pezzi di arte digitale decine di migliaia di persone comuni, invitando appunto il pubblico a creare piccole parti specifiche di documentari digitali interattivi che vanno a comporre esperienze davvero immersive, guardatevi il suo sito (http://www.aaronkoblin.com/) per capire cosa intendo!

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