STORIE DI DESIGN

Cini Boeri

"Ciò che serve e non c’è ancora"


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Pedigree d’eccellenza per i suoi esordi professionali con alcuni dei Maestri – Gio Ponti in primis e, a seguire, Marco Zanuso, Cini Boeri afferma fin dagli esordi la sua idea di design: “esprimere la funzione svolta attraverso gli stessi oggetti progettati, con scopi utili e necessari”.

I suoi pezzi – dai primi fino ai più recenti – e le sue architetture, che siano residenze private, allestimenti museali, uffici o negozi, hanno sempre come elemento conduttore la funzionalità, d’uso o di spazio.

Cini Boeri progetta quello che gli altri non avevano visto, o meglio “ciò che serve e non c’è ancora”, come il “Serpentone” (Arflex, 1971), essenzialmente un divano da vendere a metri o il sistema di sedute “Strips” (Arflex, 1972; Compasso d’Oro nel 1979): sono letti, poltrone e divani formati da blocchi schiumati di poliuretano espanso privi di struttura rigida e con copertura sfoderabile cernierata.

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Ed è così che l’architetto immagina il design nei prossimi 10-15 anni, “concentrato sugli elementi utili alla vita quotidiana, sfruttando le nuove possibilità della tecnologia”.

“Il progetto – precisa – nasce non solo dal lavoro del designer ma anche dalla lungimiranza e dalla voglia di innovare dell’imprenditore, difficile fare design senza questo binomio. Nonostante ciò io provo sempre a proporre il nuovo anche in assenza di commesse”. Parla di nuovo la seduta “Ghost” (Fiam, 1987): una sfida progettuale, una visione concretizzatasi: un solo foglio di vetro a formare seduta, braccioli, schienale e piedi.

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E per diventare un bravo designer? Occorre “evitare di progettare l’inutile e il gesto clamoroso, riflettere sulla necessità e utilità del proprio lavoro”.