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Patrick Jouin

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Nel 1998 e 1999 hai partecipato al SaloneSatellite: che esperienza è stata per te?

Il SaloneSatellite è stata un’esperienza fondamentale del mio percorso; nel 1998, era la prima volta che esponevo i miei lavori dopo aver lavorato 5 anni nello studio di Philippe Starck. Era anche il primo SaloneSatellite e per puro caso ho occupato l’ultimo posto disponibile. Per me è stato un eccellente investimento, e le ultime 3 notti le ho trascorse in macchina perchè non avevo denaro sufficiente per pagarmi un albergo.
Questa partecipazione mi ha permesso di emanciparmi dal ruolo di esecutore e di prendere in mano la mia vita, di passare dallo stato di studente a quello di professionista. Diventava urgente lanciarmi! Sono arrivato con la mia Fiat Punto, con 6 metri di linoleum, un tappeto, una lampada e una sedia.
L’ambiente al Satellite era accogliente, generoso, fresco, con la giusta misura per permettere di lanciarsi. Ho potuto incontare molta gente.
Il Satellite attirava l’attenzione mediatica, alla ricerca della novità. Agli esordi è più facile avere una risposta dalla stampa e la curiosità degli industriali, degli imprenditori italiani e del mondo intero.
Ho potuto incontrare I’amministratore delegato di Flos, Giulio Cappellini, Rolf Fehlbaum - Chairman Emeritus di Vitra, Umberto Cassina, Alessandro Mendini, Achille Castiglioni, Andrea Branzi, così come anche tutti i designer partecipanti al SaloneSatellite.
Nel 1999 sono ritornato come collettivo Luxlab. Insieme a Jean-Marie Masso e Thierry Goguin abbiamo vissuto un grande momento: la visita di David Byrne dei Talking Heads, che ci ha valso la prima pagina sul Corriere della Sera il giorno seguente.

Consiglieresti il SaloneSatellite a un under 35 o i giovani oggi hanno bisogno di essere aiutati in altro modo?

Il Salone di Milano resta il luogo e il momento più importante del settore design di tutto l’anno. È qui che l’industria incontra i designer affermati e gli studenti. Tutta quella comunità di persone che riflettono, cercano di definire e di pensare il mondo si dà ritrovo qui. Si è certi di avere il panorama completo della ricerca, e la sua punta è a Milano.
Inoltre, ci si confronta esponendo il proprio lavoro, mettendolo in relazione con il lavoro degli altri, il che permette di tenere alta l’asticella.

È ricco, eccitante, ma a volte anche spaventoso. La sfida ti spinge a dare il meglio di te. Ho la sensazione che oggi ci siano molti più designer e per questo è ancora più difficile emergere attraverso il SaloneSatellite o qualsiasi altro evento. Ma bisognerebbe farne solo uno, questo!

Gli strumenti digitali sono anche il prolungamento di questi momenti. Malgrado tutto, l’esperienza fisica, tattile degli oggetti e degli spazi non potrà mai essere sostituita perchè progettiamo oggetti che vanno non solo visti ma anche toccati.

Il tuo rapporto con le aziende italiane?

Il mio rapporto è innanzitutto quello che ho con l’Italia, paese che adoro da nord a sud, da est a ovest. Ho la grande fortuna di lavorare con numerose aziende prestigiose come Alessi, Cassina, Kartell, Pedrali...
È con immensa golosità e immenso piacere che giro per la Brianza dove la gioia del fare incontra il piacere di inventare.

Dagli allestimenti fieristici a ristoranti esclusivi fino alla prima serie di mobili 1:1 realizzata con tecnologie di stampa 3D (parte della collezione del MoMA fra l’altro), una monografica al Centre Pompidou, un Compasso d’Oro: sei assolutamente eclettico. Le prossime frontiere?

L’eclettismo è per me un motore creativo. Inventiamo la concezione delle strutture e degli arredi delle future stazioni del Grand Paris Express, attualmente il più grande cantiere di Francia con i suoi 25 miliardi di Euro di budget. Con il mio partner Sanjit Manku stiamo realizzando anche il rifacimento della Gare Montparnasse.

Hai reinventato la cultura industriale introducendo forme prese a prestito dall’industria di massa – altiforni, ciminiere, stampi, turbine – e integrandole nel mondo del lusso. In che direzione va il design?

Il design sta affrontando un’immensa problematica, quella della fine della modernità e della sparizione del concetto di progresso.
Il design deve continuare a essere il custode dell’umanesimo nella produzione industriale; da qualche tempo i designer hanno ripreso a lavorare con gli artigiani con piccole quantità; in questo modo il design può ricucire dei mondi che si erano separati. La dimensione ecologica della produzione umana è più centrale.

Come vivi personalmente il tema dell’abitare: casa alla moda o a misura d’uomo?

Sono molto ma molto ostile all’idea di stile e alla moda. Non ho questa cultura e il risultato finale m’importa poco e, anche se sono designer, non sono materialista e resto pur sempre affascinato dagli esseri umani e dalla fragilità, e dall’aspetto effimero della vita.

 

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