Salone del Mobile Milano

Nati al Satellite

Nicolas Bellavance-Lecompte

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Nel 2007 il collettivo di progettazione canadese Samare con il cuore a Montreal, nel 2010 la galleria Carwan Gallery a Beirut con Pascale Wakim, nel 2011 lo studio di design Oeuffice a Londra con Jakub Zak, nel 2017 la fiera di design da collezione Nomad con Giorgio Pace a Montecarlo e St. Moritz. A parte Samare, sono realtà tutte in attività. Architetto, designer, gallerista e curatore: promuovi il design e sei allo stresso tempo progettista. Come riesci a combinare queste tue anime?
Mi piace "indossare molti cappelli" e mi incuriosiscono i processi e i sistemi completi. Mi considero un architetto-designer, un gallerista, un curatore e più recentemente un direttore di fiera. Lo stesso fenomeno si applica anche alla mia identità, sono cresciuto in Canada e il Nord America è la prima cosa che mi viene in mente, ma sono emigrato in Europa più di 17 anni fa e mi sento anche veramente italiano, nel mio stile di vita e nel modo in cui esprimo me stesso. Poi, ho passato molto tempo a Beirut e in Libano negli ultimi otto anni e la cultura libanese mi ha pervaso, mi sento molto coinvolto e protetto in questa parte del mondo, come se fosse la mia patria. Credo di essere abbastanza trasversale in tutto ciò che faccio.
In realtà non mi piace definirmi solo come designer. Penso che la mia forza sia nelle collaborazioni, ho una visione trasversale per quello che riguarda dove prendere i progetti e penso che questo approccio olistico faccia la differenza.


Nonostante tu abbia scelto come base Milano, il tuo girovagare attuale e passato (che include anche Venezia e Berlino non ancora citate) influenza il tuo design e le tue scelte da curatore e gallerista?
Il mio processo creativo è piuttosto istintivo. Sono costantemente ispirato da culture diverse, modi di pensare in diverse lingue, viaggi e scoperte. Mi piace come tutti i miei scenari culturali si fondono attorno a un pensiero in modo naturale. Per me la cosa più importante è la prima visione, vedere il vero potenziale in un'idea, in un concetto, in qualcuno o in un progetto.
Amo Milano come base, mi sento a casa. Probabilmente è il mio spirito nomade che mi ha portato qui dopo alcuni anni a Berlino, avevo bisogno di una città in cui accadessero delle cose senza rinunciare a un certo stile di vita. Milano è la mia oasi in cui vengo a riposare, pensare e lavorare di fino. Beirut è un'esplosione di incontri, feste, spettacoli, allestimenti, caos felice, è abbastanza movimentata per me.
La cultura è per me il punto di partenza di molti grandi concetti e idee. La globalizzazione ha l’effetto triste di rendere il design molto uniforme in tutto il mondo, credo che la cultura abbia una forte narrativa e rende un oggetto molto particolare quando proviene da un contesto specifico.


Prediligi lavorare su pezzi unici o piccole serie, sviluppate in proprio, e non per aziende. Anche questo è dovuto alla tua anima nomade?
Credo che il design da collezione vada oltre la semplice necessità di arredare un ambiente o produrre un altro oggetto per l'industria. Una collezione di design è una dichiarazione di cultura e identità, che definisce chi sei e in che tipo di spazio vuoi sviluppare. Mi piace molto l'approccio e il rapporto concettuale e intimo collezionista-gallerista-designer, questo è probabilmente il motivo per cui ho scelto di operare in questo campo.

Con Samare nel 2009 e nel 2010 hai partecipato al SaloneSatellite. Cosa ricordi e cosa ti hanno lasciato quelle esperienze? Coincidono con il tuo debutto nel mondo del design?
Per me il SaloneSatellite è stato il primo contatto con il mondo del design in generale. Ero giovane (avevo 27 anni) e molto entusiasta del mondo del design, aveva un grande significato di libertà per me, dopo l'architettura, e mi sentivo più a mio agio in questo campo che nell’arte. Sono stato piuttosto ingenuo nel mio approccio al design, devo dire che ho portato un progetto di autoproduzione made in Canada con tecniche artigianali native che non avevano nulla a che fare con la maggior parte dei designer che mostravano i prototipi con l'obiettivo di firmare con qualche imprenditore. Ma forse è proprio questo quello che ho imparato dal SaloneSatellite e dal mondo del design in generale, per trovare la mia strada nell’ambito del design da collezione che non è ancora facile da capire! 

Milano è anche la città che scegli, fra poche altre destinazioni, per presentare lavori personali e quelli dei designer che selezioni. È solo un legame sentimentale o ritieni che il connubio design+Milano sia sempre vincente? 
Come ho detto prima, amo Milano come base, mi sento a casa. E certo è una base comoda perché professioni della scena internazionale del design arrivano spesso in città, soprattutto per il Salone.

Un’ultima domanda: la tua visione progettuale è allo stesso tempo concreta, perché si basa spesso su concezioni spaziali e costruttive architettoniche precise, e visionaria, perché sposta l’attenzione di cose e forme note verso una trasformazione apparente o dichiarata. Potrebbe essere una definizione di utopia contemporanea?
Ovviamente, mi interrogo sempre sulla mia definizione di un ambiente perfetto. La mia visione di uno spazio perfetto (anche se non mi piace la parola perfetta) è un'esperienza sensoriale multistrato che va oltre il singolo oggetto, verso un universo che accetta il caos e la storia con positività e apertura, alla ricerca di idee forti ma malleabili sul modo di migliorare ogni giorno. Questo è esattamente ciò che cerco di creare con le collezioni di oggetti o, come curatore, la visione che cerco o che cerco di condividere con altri designer.

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