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Il valore paradigmatico dell'anonimo: da Achille Castiglioni a Jasper Morrison

di Marco Romanelli. Se vi chiedessi cosa hanno in comune Achille Castiglioni, Jasper Morrison, Bruno Munari, oltre a essere, o essere stati, grandi maestri del design, che cosa rispondereste? Volendo aiutarvi potrei citare uno sgabello da mungitore di mucche (per A.C.), un libro senza parole, ma pieno di cucchiai (per J.M.), il Compasso d’Oro assegnato “a Ignoti” (per B.M.) e infine una mostra di falci (per E.M.)…. ed ecco, evidente, la risposta: questi quattro giganti hanno profondamente amato gli oggetti anonimi. Dalle sedie di Chiavari alle scope di saggina, dal metro da falegname alle puntine da disegno, dalle lampade a globo agli scaffali da cantina, dai ditali da cucito ai fiaschi impagliati, dalle graffette ai taglieri in legno. Cose disegnate, dagli uomini e dal tempo, in un processo secolare che ha portato a una loro intrinseca assolutezza in cui valenza funzionale e perfezione formale hanno trovato quella tanto mitizzata fusione. Certo, se proprio volessimo essere pignoli, probabilmente nessun oggetto è veramente anonimo: sarà pur esistito un primo uomo che, guardando le proprie mani unite a coppa per bere da una fonte, avrà pensato di scavare un “qualche cosa”, legno-pietra?, a delineare una tazza o un cucchiaio. Con buona pace di questo anonimo designer preistorico o di un suo collega del XIX secolo alle prese con la rivoluzione industriale, esistono centinaia di oggetti perfetti e perfettamente evoluti che formano un vero e proprio paradigma. Un paradigma cui Castiglioni, Morrison, Munari e Mari si sono abbeverati, trasformandolo in metodo: “Come si fa a sapere quando un lavoro è finito?” si chiedeva Munari nel 1986. “Quando la gente capisce subito a cosa serve, quando l’aspetto estetico è naturale come quello di un insetto o di un fiore, e non appiccicato dopo. Quando, a parità di funzioni, più semplice di così non si può fare”. Oggi, in un momento di estetismo tanto diffuso quanto vano, questa frase assume un forte (e voluto) connotato polemico sia rispetto ai designer che giocano la carta della “sorpresa”, sia rispetto a quelli che “citano” pedissequamente il passato. Ma il monito della semplicità e dell’autenticità, veicolato dagli oggetti anonimi, vale anche per i fruitori, ossia per chiunque di noi decida di comprare un alcunché: mai rinunciare a quell’arte sopraffina che si chiama “saper vedere”. Saper vedere e design anonimo sono, infatti, da sempre andati a braccetto. Mi ha confessato Jasper Morrison, nel 2013: “Per me è molto semplice: se, ad esempio, vedo un vecchio bicchiere da vino, veramente bello, questo diventa ai miei occhi un oggetto eroico… (appartenente) a una sorta di inconscia enciclopedia delle forme. Questa è la mia fonte… Tutto nasce per me dall’allenamento a guardare le cose…”.

Guardare insegna a scegliere e scegliere insegna a conservare: un oggetto bello e ben progettato sarà in grado di accompagnare la nostra vita a lungo, molto a lungo, forse addirittura potrà passare dalle nostre mani alle mani dei nostri figli. 

Credo sia questa la lezione primaria che i designer contemporanei devono dedurre dall’oggetto anonimo: disegnare lasciando sedimentare certe “urgenze”, non inseguendo la fantasia, perché, come diceva Italo Calvino, la fantasia “è un posto dove ci piove dentro”, ma considerando piuttosto il fatto che ogni nostro disegno può portare a un piccolo passo avanti sulla strada dello sviluppo tipologico oppure essere soltanto un omaggio “alla moda” del momento. 

Ecco, dunque, che l’oggetto anonimo si trova oggi a svolgere un ruolo fondamentale quale antagonista del cosiddetto “oggetto firmato”, ove la firma non sancisce più, come avveniva un tempo, l’eccezionalità del pezzo, ma ne diviene unica ragion d’essere.

Quale, dunque, la lezione dell’oggetto anonimo? Non certo un blocco del progetto o il ritorno a una sorta di innocente primitivismo, ma piuttosto la volontà di ideare oggetti “a reazione poetica” ossia cose straordinariamente belle, silenziose e perfette… ma, attenzione, per fare questo ci vuole tempo!