Salone del Mobile Milano

FOCUS

In conclusione (e in margine) al Milano Design Film Festival 2018

di Marco Romanelli. Antefatto: C’è stato un tempo in cui l’architettura, gli interni, le cose non erano l’oggetto del racconto cinematografico, ma piuttosto la sua scena. Non venivano narrati in prima persona, piuttosto aiutavano a narrare. Cosa sarebbero state le affannate corse di James Bond senza i futuristici interni abitati dal Male? Poco di più che dell’onesto jogging! E cosa sarebbe stato “Ultimo Tango” senza le architetture haussmanniane di Parigi, niente altro che, come la parodia sentenziò, “Un ultimo Tango a Zagarolo”. E “Roma” di Fellini senza Roma? E “La finestra sul cortile” senza il cortile… come avrebbero potuto interfacciarsi Raymond Burr, killer, e James Stewart, detective? Di recente (non che manchino commoventi esempi precedenti, dagli Eames a Munari, da Mollino a Gaetano Pesce) la situazione è cambiata: architetti e designer, travolti dalla pregnanza dei video musicali, conquistati dalla filosofia di youtube,  hanno deciso che è fondamentale raccontarsi non solo attraverso il disegno, ma anche con “immagini in movimento”. Ecco, di conseguenza, che l’architettura, l’arredo, gli oggetti si sono trovati a superare la loro storica funzione di “fondale”, di scenografia, per farsi, con i loro autori, protagonisti dei film.

Fenomeno nato di nicchia e a lungo rimasto tale (chi ricorda il Festival Internazionale del Film di Architettura a Milano, nel 1983?), ha subito negli ultimi anni un’accelerazione veramente esponenziale. Dalle riprese amatoriali postate su Facebook o Instagram al viaggio dei droni sulla città, ogni aspetto delle opere e ogni peculiarità dei protagonisti dell’architettura e del design viene celebrato dal cinema. Il Milano Design Film Festival, giunto quest’anno alla sesta edizione, è diventato l’indiscussa punta di diamante di tale fenomeno. Inventato da Antonella Dedini e Silvia Robertazzi nel 2013, il Festival prevedeva quest’anno più di 60 opere con 15 ore al giorno di proiezioni per 4 giorni: sale strapiene e duelli all’arma bianca per assicurasi un posto.

Dal prossimo anno è previsto un premio per il miglior film, quest’anno quindi ciascuno di noi è ancora libero di decretare il suo vincitore. Personalmente (ma sarebbe bello sapere cosa ne pensate tutti voi!) propongo un ex-aequo tra “Rams” dell’americano Gary Hustwit (in prima europea al Milano Design Film Festival) e “Non abbiamo sete di scenografie. La lunga storia della chiesa di Alvar Aalto a Riola” di Mara Corradi e Roberto Ronchi (in prima mondiale). Perché questa scelta? Perché credo che, nell’attuale momento, politicamente difficile e creativamente ripetitivo, la lezione morale che può essere tratta da queste due opere sia impagabile. Il grande Dieter Rams (presente in sala) ci ha ricordato che “non abbiamo bisogno di cose nuove, ma di cose migliori” e che “fare design significa anche fare politica”, mentre la battaglia per la chiesa di Riola ha evocato un periodo in cui certi preti (il cardinal Lercaro nello specifico) e certi architetti (non tanto Alvar Aalto, che non riuscirà d’altronde a vedere, per le procedure diffuse nel nostro paese, la sua chiesa completata, ma il commovente Glauco Gresleri, instancabile promotore della costruzione) non avevano paura!   

P.S. Nel tempo che ci separa dall’edizione 2019 del design Film Festival l’adict potrebbe prepararsi leggendo il documentatissimo volume, a cura di Vincenzo Trione, Il cinema degli architetti, editato da Johan&Levi nel 2014.