Salone del Mobile Milano

FOCUS

I giovani designer

La situazione italiana a confronto con quella europea

di Marco Romanelli. Italia versus Europa: se un tempo, ragionando di design, appariva possibile definire uno “specifico italiano” da confrontare con una situazione olandese, piuttosto che inglese o francese, oggi simili distinzioni appaiono sempre più incongrue: la caratterizzazione di un designer non è più data dal paese di provenienza, ma dalla specifica storia di ognuno. Risultano infatti più importanti, nella costruzione della personalità di un progettista, gli incontri avuti durante la propria formazione (sia con i compagni di strada sia con i docenti), piuttosto che l’humus contestuale di partenza. Ciò porta a sfumare le differenze “geografiche” (constatazione d’altronde applicabile a molti altri aspetti della nostra società globalizzata) per accentuare le caratteristiche di appartenenza a gruppi ben più omogenei di quanto non fossero quelli nazionali perché fondati su esperienze reali e quindi tangibili, se non addirittura su fedi di altro genere. È diventato quindi “normale” rintracciare un designer italiano, formato in Olanda, che vada a disegnare per un’azienda svedese o piuttosto un designer francese, cresciuto culturalmente in Italia, che riesce a vincere la diffidenza di un’azienda tedesca.  


Ciò appurato, volendo affrontare la questione del giovane designer in una prospettiva più specificatamente italiana, dobbiamo riconoscere che un grosso passo avanti è stato fatto dai nostri giovani che, anche solo un decennio fa, si trovavano veramente “in svantaggio” rispetto ai colleghi stranieri. Partiamo dunque, nella nostra analisi, dall’inizio del nuovo millennio: un giovane designer italiano che si fosse affacciato alla professione autonoma nel 2000 avrebbe probabilmente avuto quei 35 anni che il buon Dante considerava il “ mezzo del cammin di nostra vita” e questo non perché si fosse, fino a quella data, dedicato a ogni genere di vizio per mettere solo più avanti la testa a posto, ma semplicemente perché un normale curriculum scolastico lo aveva portato a laurearsi, in architettura o in design, all’età di 24/25 anni, per poi rendersi conto, dato il prevalente approccio teorico degli studi compiuti, di dover ripartire dal tirocinio in uno studio ove imparare il mestiere. Ed ecco che altri 5 o più anni andavano a sommarsi ai precedenti. Solo intorno ai 30 il nostro “designer italiano tipo” cominciava a domandarsi “cosa farò da grande?” (quando non cominciavano a  chiederglielo i suoi genitori che, per quanto Italiani e quindi dediti alla “cova” permanente dei figli, di fronte alla calvizie incipiente, non nascondevano più una certa preoccupazione).

Nel frattempo che cosa aveva fatto il collega straniero (inglese, olandese o finlandese che fosse)? In linea di massima, uscito da un liceo di stampo più professionalizzante, aveva intrapreso un corso para-universitario che teneva profondamente conto del “fare” (dalla falegnameria ai metalli, dai metalli alle resine) e che, nel giro di un anno o poco più, gli aveva dato una certa sicurezza che andava a sommarsi, per default, a quell’altra sicurezza un po’ incosciente propria dell’età. Il nostro designer europeo, a questo punto ventunenne, poteva immediatamente approfittare di una serie di incentivi statali per giovani creativi che vanno dalla concessione gratuita degli spazi di lavoro, alla possibilità di godere di borse di studio o di partecipare, in presentazioni collettive, alle più importanti esposizioni del mobile nel mondo (primo fra tutti il Salone di Milano). Ed eccoli lì i giovani stranieri arrivare con scioltezza al Satellite, spesso muniti di cappellini di lana e di canottiere di cotone, i primi o le seconde in disaccordo con le temperature dell’aprile italiano, a discutere dei loro prototipi, sorridendo. Ed ecco invece spuntare i giovani italiani di un decennio fa: acculturati, senza cappellino e senza canottiera, ma completamente bloccati nella realizzazione manuale dei pezzi e nella sfacciata certezza di quello che si vorrà fare in seguito. Perché il problema sta tutto lì: in quel che “si vuole fare” ovvero in quello che il mondo DEVE lasciarti fare.

Questa era/è la differenza: se il sistema straniero offre al giovane designer meno possibilità manifatturiere, senz’altro lo incentiva in ogni modo (risvolto pratico della faccenda), ma soprattutto (risvolto psicologico, ben più profondo) non lo blocca nello “stereotipo dei maestri”. Spieghiamoci, facendo ancora una volta un passo indietro: le generazioni di giovani designer italiani precedenti all’attuale sono state inibite dalla presenza di straordinari maestri che, prima nel pieno della loro maturità e poi nella difesa della loro senilità, hanno occupato con imprescindibile fermezza tutte le posizioni di potere (e parlo dei vari Magistretti, Castiglioni, Zanuso, Gae Aulenti, Mangiarotti, Sottsass), ma almeno erano straordinari davvero… mentre oggi il meccanismo del blocco generazionale in Italia esiste ancora, ma si è trasformato seguendo la trasformazione del furniture design che non mira più alla produzione di pezzi-capolavoro, ma piuttosto alla costruzione di sistemi di oggetti (tavoli con sedie, divani con poltrone e tavolini, guardaroba con letti e comodini) tanto eleganti quanto banali. In questo panorama, che richiede investimenti economici altissimi, il giovane designer italiano difficilmente riuscirà a inserirsi. Per quanto abbia disegnato un piccolo capolavoro autonomo (e proprio nell’autonomia sta il difetto!), le aziende non sapranno dove collocarlo. Voi lettori potreste allora correre a concludere: “quindi in termini di possibilità reali, per il giovane designer italiano di oggi rispetto ai suoi predecessori di 15-20 anni fa, nulla è cambiato?”

Niente affatto: è cambiato tutto! Se il giovane designer italiano del passato, dopo essersi scontrato con una dozzina di NO, avrebbe educatamente riposto il suo disegno in un cassetto e avrebbe aspettato di invecchiare, coltivando numerosi (e pericolosi) rimpianti, il giovane designer italiano di oggi non si darà per vinto, telefonerà all’amico con cui avrà studiato al Royal College o alla Saint Martin di Londra, a Eindhoven o a Losanna e insieme fonderanno un gruppo (che si chiamerà in qualche modo improbabile e impronunciabile). Un gruppo forse volubile, come lo sono le amicizie e gli amori a una certa età, ma comunque il nostro designer riuscirà a far produrre, o ad auto produrre, il suo piccolo capolavoro che verrà pubblicato dalle riviste, continuamente alla ricerca di un nuovo gridolino di piacere, di un nuovo “personaggio” da lanciare e di cui rapidamente dimenticarsi. Ma anche questo fa parte del gioco: al neonato gruppo di giovani designer trans-nazionali (apolidi) non importerà nulla di essere abbandonati  perché intanto avrà fatto un ulteriore passo avanti verso la maturità, verso la compiutezza professionale. Un passo decisivo che, in breve, darà ai più bravi la possibilità di lavorare per l’industria e soprattutto per le gallerie, con un effettivo margine di guadagno. Ecco dunque che, finalmente, i giovani designer italiani e i giovani designer europei si trovano allineati sullo stesso fronte, superando un gap che si trascinava da tempo immemorabile, e soprattutto superando una sudditanza ai maestri che non aveva veramente più senso, anche perché, in Italia, i maestri non esistono più!